Archivio mensile:luglio 2011

Rizieri al Sigaro, Graziella al TMM + grandine

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Ce ne sarebbe da raccontare sul mio compagno di cordata di oggi…. Stef, conosciuto sul forum, come me di Desenzano, ma molto più giovane di me. Ci troviamo e ci conosciamo sabato in falesia, scala da poco ma è già abbastanza forte, si allena in Germania dove le falesie sono “clean” e mi racconta gioie e dolori di questo lato della medaglia.
Non conosce la Grignetta, e visto il week end da bollino nero decidiamo di non fare troppa strada e andare lì.

Gli propongo la RIzieri al Sigaro, poi vediamo come va e decidiamo man mano la giornata. Iniziamo a camminare con un bel sole, che purtroppo se ne va appena disfiamo le corde all’attacco della Rizieri. Oggi non c’è tantissima gente in giro ma sono tutti qui: 3 cordate su Gasomania, ne riguardo l’attacco e la rivedo dura come quando l’ho fatta. Una cordata parte per la Colombo, una sulla Panzeri. Finalmente conosco il Paolosettantacinque che ci aveva visti lo scorso anno in Brenta ma non si era presentato.

Parte Stef sulla Rizieri, sento che armeggia e mi dice “alla faccia del IV+!” quando tocca a me penso la stessa cosa, boh forse con le mani gelide i passaggi sembrano più ostici. Vado io sul secondo tiro, molto continuo e bellissimo, sempre verticale e piuttosto atletico, ma anche molto chiodato. Un bel viaggio. Segue Stefano, che riparte dopo. In vetta il Paolo ci offre le sue corde per scendere e fare prima, accettiamo volentieri e ci troviamo tutti alla base del Sigaro.
Loro vanno per la Marinella… a me piacerebbe, è una via che vorrei fare, Stefano mi confida che non se la sente, per ora quel grado preferisce farlo in falesia. Siccome nemmeno io sono poi così convinta, andiamo sulla vicina Graziella.
Primo tiro faticoso e non proprio plasir, V+ di una volta insomma. Va Stefano sul secondo, bello e con un tettino davvero ostico. Altri 2 tiri meno impegnativi e siamo su. Non se ne parla purtroppo di continuare, il tempo è sempre più chiuso, quindi in 2 rapide doppie siamo giù, sistemiamo la roba e mentre scendiamo lungo il Porta a prendere il mio zaino lasciato alla base del Sigaro inizia a piovere. Copione già vissuto…. prometto che su Sigaro e Primo Magnaghi ci tornerò solo con sole splendente, visto poi come finisce! La prendiamo con Humor e la prendiamo proprio tutta. Stef nota la coincidenza astrale per cui ogni volta che nel traverso per la Cermenati siamo “col culo per aria” la pioggia aumenta.
Alla macchina arriviamo zuppi, io chissà perchè avevo infilato un ricambio completo di vestiti e ne sono contenta… Arriviamo al Forno e dopo poco ci raggiungono le altre cordate incontrate nella giornata, immancabile pizza e a casa a fare il bucato!

Gandini al Cinquantenario, Marimonti al Cecilia

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Altro week end di tempo instabile, dopo una sfalesiata con buoni frutti sabato pomeriggio, la sera mi viene l’ispirazione: andiamo a fare la Gandini al Cinquantenario!
Una via che l’anno scorso non volevo assolutamente percorrere, legata a vecchie ruggini: al solo sentirla la mia riposta era: ma sei pazzo? proprio quella no!
Invece mi viene voglia di andarci, ha la fama di essere “una delle più belle del reame”….
Quando ci alziamo che piove, ma già mentre facciamo colazione smette. Arrivati alla prima rotonda fuori casa si vede il Grignone con sopra il cielo sereno, ma ci sono nubi basse. Arrivati ai Resinelli ci si apre il sipario con una bella Grignetta al sole!!
Prendiamo il sentiero dei Morti, nome un po’ sinistro per un sentiero che dritto e ripido ci deposita nei pressi del torrione, dove una cordata sta attaccando all’ombra gelida Fantasma della Libertà. Ci prepariamo e parto nella stessa ombra gelida. Dopo 2 passaggi ho già le mani insensibili… azz! Il sole fa capolino dietro il Cecilia ma una nuvola gli impedisce di fare il suo lavoro di riscaldare pareti e arrampicatori.
A metà tiro ho le mani tanto fredde da non capire cosa stringo, quindi prima di arrivare a un chiodo metto dentro un friend e senza neanche rinviarlo lo tiro, poi lo tolgo. A fine tiro finalmente vado quasi in temperatura… Andrea soffre le mie stesse pene con l’aggravante di essere stato più di me fermo all’ombra a farmi sicura.
Siamo in sosta di fianco ai 2 ragazzi, con cui si scambiano 4 chiacchere, percorriamo tutta la via in parallelo. Ci accorgiamo che le numerose persone che vanno al Rosalba dalle Foppe si fermano e ci fanno fotografie, o guardano le nostre acrobazie. Magari qualcuno penserà ” ma come salgono? eh beh, avranno i rampini. Ah ma poi mica fanno arrampicata libera, hanno le corde!”

Ora sono alla base dello strapiombo del secondo tiro, il famigerato 6c che l’anno scorso un noto alpinista lecchese mi ha detto “ma figurati, vai, tanto arrivi lì e tiri i rinvii e passi, ma non mi ero fidata”. Parto verso destra, rinvio il resinato e provo a salire. Trovo buchi buoni per le mani ma non riesco a mettere i piedi in modo da stare in equilibrio, quindi in maniera molto classica, non ci metto molto a tirar fuori una fettuccia e infilarci un piede. Arrivo così al fix successivo (effettivamente è chiodata per l’artif) dove faccio la stessa cosa. Alzandomi nella fettuccia arrivo al buco buono ed esco dal tratto duro. Con bei passaggi su buchi si arriva a una fessura, altro passaggio impegnativo, ma stavolta senza l’ausilio di mezzi artificiali ne esco senza perderci tempo. Bel tiro, piuttosto faticoso, su roccia super!
Andrea trova un suo modo per passare, senza mettere i piedi nelle fettucce che poi farebbe fatica a togliere.

Segue un bellissimo tiro da proteggere, molto divertente. Vengo presa in giro perchè come mio solito non vedo le clessidre (per cui è famosa la via) e uso i friend.
Uffa…. sono proprio ciecata!!!

Segue una lunghezza su diedro facile e traverso bellissimo, molto tecnico con un paio di passi delicati. Quindi ultimo tiro facile, poi strapiombo fisico ma ben ammanigliato. Quando anche Andrea arriva in cima do un tocco leggero con un rinvio alla campana che si trova in cima. Siamo veramente vicini al rifugio, sentiamo distintamente le voci. Sensazione strana, di solito si arrampica in posti dove non c’è nessun altro che non stia facendo la stessa cosa.
Mentre i ragazzi scendono, noi ci consultiamo.
Dovremmo andare con una doppia all’intaglio e proseguire sul Marimonti al Cecilia. E’ in ombra però… io ho freddo e Andrea è stanco di braccia. Una decina di minuti per capire quanto ho freddo io e quanto ha male alle braccia lui, io dico “decidi tu” lui dice “no decidi tu”, alla fine decidiamo di andare.
La via è facile, un tiro di raccordo e 2 tiri belli, infine in conserva arriviamo in vetta, davvero panoramica. Siamo contenti di averla fatta, ora siamo al sole, si sta benissimo. Non vorrei più scendere… la soddisfazione della Gandini, poi questo piccolo regalo della cima del Cecilia, contemplo tutto quanto sta sotto, i prati verdi, il lago blu, le cime Svizzere (tutti gli Horn insomma) che Andrea conosce tutte quante e me le indica.
E’ però ora di scendere, doppia e 10 minuti di sentiero e siamo al Rosalba, dove c’è quel casino che toglie tutta la poesia della scalata della giornata. In fretta mettiamo tutto a posto e scendiamo per le Foppe, dove qualche camminatore occasionale ci chiede quanto manca alla macchina, e una coppia bisbiglia per poi concludere che ci ha riconosciuti, eravamo quelli “che si arrampicavano su quella montagna là”, concludendo che quella montagna là (il Cecilia) fosse la cima della Grignetta. Ci dice che ci hanno sbinocolati e fotografati, io vorrei scomparire. Saluto e scendiamo rapidi, mentre Andrea è già avanti.

Come sempre si finisce al Forno, come sempre si incontra qualcuno da salutare e con cui fare due chiacchere…. e dalla Grigna si torna sempre con un sorriso e una bella giornata da ricordare.

Corma di Machaby – Topo bianco

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Non avrei mai pensato di trovarmi a scalare a Machaby a metà luglio… soprattutto per questo week end i programmi erano del tutto diversi: da mesi Andrea sapeva che avrebbe accompagnato la sua prima gita, la gita della SEM allo Zupò. Invece viene rimandata per maltempo e venerdi sera ci troviamo senza idee.
Butto lì una Corma di Machaby perchè sembra che in Valle d’Aosta sia meglio che in Lombardia… idea accolta. Subito pensiamo a Topo bianco, che già avevamo guardato quando poi siamo andati su Tike Saab.
Bene si parte. Effettivamente dopo Ivrea il tempo sembra migliorare un po’.

La via è bella e piacevole, difficoltà più o meno omogenee. Un tiro di raccordo per arrivare alla cengia mediana, ma per il resto nessun tiro banale.
Non si è mai sull’aderenza pura, piuttosto bisogna giocare di equilibri perchè molte fessure sono verticali, appoggi piccoli. Il passo chiave è al terzo tiro, nulla di che, il problema per me è che quando mi alzo su una tacchetta minuscola e due piccoli appoggi, faccio per rinviare (poi viene il passo chiave) e per 1 cm non arrivo al rinvio. Quello sotto è decisamente parecchio sotto, tentare la libera mi costerebbe 1) un rinviaggio scomodissimo a metà passo 2) alta possibilità di volo causata dal punto 1, e il volo sarebbe molto lungo visto che sono a fine tiro.

Intanto di fianco abbiamo 2 cordate tra loro amiche che stanno salendo il Diedro Jacod. Mentre io gioco con l’equilibrio e con la resistenza dei miei polpacci, ormai certa di un volo per cui non troppo agitata (rassegnata piuttosto), la regia milanese mi suggerisce di prendere un rinvio con il gommino e picchiarlo dentro da sotto. stile furbo. Prendo il mio mitico rinvio giallo cui poco tempo fa ho messo il gommino perchè si girava sempre. Tric trac, alzati sulle punte… entra. Oh là. Parto per la bella sequenza, e arrivo in sosta. Dalla regia mi dicono brava. eh capirai.

Il resto della via corre tranquillo, i 2 tiri dopo la cengia (7° e 8°) sono di puro divertimento, tra equilibrio in placca e bellissimi quarzi bianchi per mani o piedi a seconda. Nel frattempo si leva un vento con raffiche, tipico della zona. Il sole è andato via e in maglietta inizia a far fresco.
Velocemente facciamo gli ultimi due tiri, uno a testa senza praticamente fermarci alla sosta, e arriviamo in vetta, insieme alla prima cordata dei milanesi, due ragazzi molto giovani e alle prime esperienze, che vengono accompagnati dai loro ex istruttori. Poi arrivano gli istruttori, ci stringiamo tutti la mano, scopriamo che di vista ci conosciamo anche (sicuramente già visti ai Resinelli o a qualche sosta).

Scendiamo tutti quanti dal sentiero recentemente attrezzato, quando, arrivati agli attacchi, troviamo 2 ragazzi che stanno chiamando il soccorso perchè durante la doppia uno dei due si è rotto una caviglia. Attendiamo insieme l’elicottero che vista la boscaglia potrebbe far fatica a trovarli. Auguri al ragazzo, che per sua ammissione ora dovrà vedersela con la fidanzata…..

Poi gran merenda tutti insieme, la mitica merenda valdostana… i milanesi ci portano in un posticino che conoscono, non il solito del parcheggio.
Mentre brindiamo, arriva lo scroscio d’acqua previsto.

Gran Zebrù


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Il Gran Zebrù l’avevamo già guardato salendo anni fa al Palon de la Mare, come un obiettivo, una cosa per noi ancora troppo difficile. Era la nostra prima gita su ghiacciaio, ci stavamo avvicinando timidamente al mondo dell’alpinismo.
Sono passati circa 5 anni da quel week end di inizio luglio, e quasi una casualità ci porta qui. Andrea settimana prossima deve accompagnare una gita allo Zupò, ha bisogno di andare in quota altrimenti soffrirà troppo lo sbarco dalla funivia a 3000 m. Gli propongo la Molteni al Badile ma le previsioni non sono granchè, del resto io lavoro sabato e bisogna cercare una meta tutto sommato veloce.
Mettiamo ai voti e tra Terzulli all’Adamello e Gran Zebrù vince quest’ultima. Si parte sabato pomeriggio per i Forni, via passo Gavia (expoooo!!!) alle 17:00 ci mettiamo in marcia per il Pizzini, dove ceniamo in compagnia di due ragazzi molto simpatici di Bergamo e dormiamo. Io dormo… Andrea è accompagnato dal solito mal di testa, mi accorgo ora di quanto soffra la quota, siamo solo a 2700… ma non ci si può fare nulla, passa con l’allenamento.

Colazione alle 4:00, mezz’ora dopo partiamo praticamente insieme a tutto il rifugio, stessa meta per tutti, era tanto che non mi capitava una situazione così e toglie parecchia poesia alla salita, che comunque è bella e piacevole. Temiamo un po’ le scariche di sassi al Collo di bottiglia visto che qualcuno è partito prima di noi, nei limiti del possibile cerco di superare la gente prima di arrivarci, ma quando siamo alla base vediamo parecchia gente che sale.
Andrea passa avanti su questo tratto, e una cordata di stranieri lo supera malamente. Finito il collo, lo vedo provato e passo avanti io, psicologicamente avere la corda avanti aiuta a superare la fatica. Gli darei un po’ della mia resistenza alla quota, io non la sento per nulla…. ma è lui l’innamorato dell’alta montagna!

Superiamo ancora un po’ di gente, ci sono cordate di tutti i tipi, caciarone, legate nei modi più disparati con tutti i campionari di corda mai visti, tutte le età. Siamo alla crestina finale, qui iniziano a scendere le prime cordate arrivate in vetta, ci si incasina perchè gli incroci in questo punto sono scomodi e occorre prestare molta attenzione.
Alle 7:50 siamo in vetta…. straordinariamente soli: le cordate partite prima stanno scendendo, molte altre sono dietro di noi e abbiamo 10 minuti x noi sulla vetta, giornata magnifica. Scendendo ci si incrocia con qualche cordata sulla cresta, che obbliga a qualche passo delicato. Scendendo, dietro di noi salgono le nubi, e salutiamo un Gran Zebrù incappucciato. Arriviamo al rifugio e mi prende una stanchezza incredibile, ora forse sento anche io l’effetto della quota, chiedendo un panino quasi mi accascio sul bancone del rifugio.
Un’oretta di sosta e scendiamo con calma, in questa bella e calda giornata, felici di questa bella salita insieme.

Motorhead – Eldorado di Grimsel

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Avevo iniziato a guardare questa via alla fine dell’estate scorsa, la famosa via dei fratelli Remy all’Eldorado di Grimsel, in Svizzera: famoso per il suo granito colorato e lisciato dal ghiacciaio, una bellissima linea che si snoda per 500 metri lungo placche e soprattutto fessure.
Non mi piace programmare e darmi obiettivi per la stagione, alla fine ogni anno è a sè, con le sue sorprese, cambiamenti, mi è capitato di non fare nulla di quel che volevo e di fare cose che non mi sarei nemmeno sognata. Ma questa via mi fa innamorare, la voglio salire.

Non conosco molte persone che come me amino il granito e con cui mi trovi bene a scalare. Ci penso, neanche tanto: Gigi è la persona giusta. Uno di quegli amici che magari non senti per un paio di mesi, ma che quando ci si sente o ci si trova si scala insieme sempre bene, tranquillo e discreto, scalo bene con lui. Mi decido e un bel giorno di fine giugno gli mando un messaggio per chiedergli se gli interessa e sondare il terreno. Non conosce la via, ma mi dice che si informa, e qualche ora dopo mi risponde entusiasta che gli interessa molto. Ci sentiamo e ci accordiamo per il week end del 2-3 luglio.

Bella questa coincidenza: esattamente un anno fa salivo la prima via su granito, Kundaluna. Una (2 veramente…) via che rappresenta tanto per me, mi piace che ci sia questo anniversario.
Alla fine decidiamo di partire prestissimo e salire la via sabato, poi di decidere con calma che far domenica, anche se nessuno dei 2 ha tempo per informarsi più di tanto su alternative e possibilità.
All’ultimo anche Andrea decide di venire con noi: il suo ginocchio ancora non a posto lo obbliga a rinunciare ad una bella e lunga uscita, verrà con noi e farà un giro in valle.

Ci si trova alle 4 dal Gigi, ci aspettano 3 ore e mezza di strada e quando arriviamo all’Hospitz dove parcheggiamo fa veramente freddo! E Gigi che era ossessionato dalla paura di avere troppo caldo….
Partiamo, un’ora e mezza di cammino su saliscendi lungo il lago, poi alzo la testa ed esclamo: ah… ecco l’Eldorado! In poco siamo all’attacco, dove un’altra cordata si sta preparando, una è già in parete e una arriva poco dopo di noi. La via è davvero frequentata, del resto è la più accessibile della parete.

Primo tiro IV+: vado, ma poco dopo il primo spit un passo di aderenza spietata mi fa capire che non siamo in val di Mello… ci provo un po’ da tutte le parti ma non riesco a fidarmi: questo granito così estetico è assolutamente lisciato, e quando ci metto mani e piedi mi trovo spaesata. Lascio il comando della cordata al Gigi, io scalo da seconda godendomi la via come una gita, farò 2 tiri più avanti.
Lui sale veloce con l’eleganza e la sicurezza che gli ho già visto, sembra che abbia sempre scalato qui.
Da seconda le cose sono diverse…. sono veloce e decisa, e le cose vanno bene.

Il secondo tiro riserva una sopresa con un passo obbligato di pura aderenza di VI per arrivare a un buco piatto: abbiamo visto le cordate precedenti fermarsi a indugiare qui, e per noi è lo stesso.
Poi iniziano 3 tiri lungo una fessura diedro fantastica, da sogno: quello delle foto che si vedono in giro di questa via.
Mentre Gigi sale vedo riflessa nella parete del diedro una manica del suo pile: assurdo, mai vista una cosa del genere. Il trucco è scalare in dulfer alzando tantissimo i piedi per creare un angolo che non permetta di scivolare.

Dopo questi 3 tiri, salgo io un tiro di V molto divertente, poi torna Gigi per la fessura successiva, molto simile come scalata a quella di Luna, divertentissima: scalo incrociando le mani, un passo dopo l’altro con sicurezza. Poi quello che è il passo chiave, un muretto verticale dove bisogna spostarsi molto a destra sopra la sosta (VII-): per noi abituati al calcare non c’è nessun problema: è solo un po’ fisico.
Si continua a salire, io chiacchiero in sosta con dei ragazzi svalvolati di Friburgo in francese, sono simpatici.

Poi arriva il tiro più psicologico della via: semplicemente V+. Ma è una cosa assurda: una placca inclinata non più di 45 gradi, ma è la cosa più liscia che abbia mai visto, lucida al punto che cerchiamo di mettere i piedi sui licheni perchè sono più rugosi della roccia pulita, in Adamello o in valle questo sarebbe un suicidio! Piano piano, con circospezione, anche questo tiro passa. Poi quello più impegnativo per noi, un altro diedro con fessura piccola piccola, le mani di Gigi faticano ad entrare (per me invece non c’è problema, almeno un vantaggio dell’essere minuta!)

La via finisce, un vento freddo spazza la cima e scendiamo subito per un sentiero ostico e pieno di fango nella parte bassa. Andrea ha fatto un giro nella bella valle e ci aspetta, torniamo insieme all’Hospitz. Io e Gigi abbiamo diviso una barretta in 2, guardandolo vedo il mio riflesso: una faccia contenta ma stanca, ci trasciniamo letteralmente verso la diga, gli ultimi gradini per salire al parcheggio (5-6 serie di scale!!) non finiscono mai.

Incontriamo 2 coppie di bergamaschi che conosco, loro hanno montato la tenda vicino alla macchina e noi decidiamo di fare lo stesso, ma prima urge la cena! (loro stoici cucinano col fornellino nonostante il frreddo). Cena tipicamente svizzera, montaggio tenda e cadiamo nel sonno.

La mattina dopo è una giornata splendida, decidiamo di andare verso il Furkapass e salire una via tutti e 3 di cui ci hanno dato la relazione la sera prima dei milanesi incontrati alle soste. Un’ora di avvicinamento in un ambiente stupendo, ma non troviamo l’attacco. Giriamo avanti e indietro, le indicazioni sembrano chiare… solo al rifugio delle guide di Andermatt sfogliando la guida capiamo che erano molto ingannevoli. Fa niente, siamo svuotati e soddisfatti della giornata prima, Gigi è contento del suo piatto di pasta, io e Andrea del nostro wurst e dell’ambiente circostante.

Un grazie enorme al Gigi, per avermi accopagnato su questo sogno, e complimenti sinceri.