Archivio mensile:settembre 2012

Sperone di Ponte Brolla – via Quarzo

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Sarebbe stato bello passare il week end in dolomiti, ma le previsioni sono cambiate, decidiamo di stare a casa, oltretutto sono un po’ stanca dalla via Vent’anni di Sfiga, ho voglia di fare qualcosa di facile e decisamente plasir. Andrea come sempre preferisce il granito…. allora ok, decidiamo di andare in val Maggia a fare la via Quarzo, di cui ho sentito parlare molto bene.
Tra sveglia tranquilla, perdite di tempo, un po’ di traffico nel trovare il sentiero giusto e poi la parete giusta, attacchiamo al vergognoso orario delle 11:30.
Alcune cordate sono davanti, altre attaccheranno più tardi.

Impatto quasi traumatico con l’aderenza pura, il prim tiro mi serve per registrarmi sul “non cercare la presa, tanto non c’è”. Per 6 tiri è così, placca appoggiata di aderenza. Ogni tanto qualche presina si trova, non spesso.
Dopo il sesto tiro si può scendere per sentiero o proseguire in cima. La cordata simpatica davanti a noi si ferma a mangiare sotto un’albero e ci lasciano passare. Loro sono arrampicatori davvero plasir, dai loro zaini esce una varietà di frutta incredibile, pane, amenità varie. Nenache in falesia porto tutta quella roba.
Iniziano i tiri belli della via, belli verticali, con lame e un’arrampicata più varia.
La via finisce su un prato, bisogna salire completamente a caso (non abbiamo trovato una traccia) fino a una cascina non abitata ma utilizzata… un posto davvero fuori dalla realtà! Andare per credere.
Finito il territorio della cascina, che occupa una seria porzione del versante della montagna, si scende per scomodo e scivoloso sentiero. Ultima difficoltà: non cadere sulla strada quando il sentiero finisce su un muretto alto 3 metri sopra la strada (scalette per scendere).

Pinnacolo di Maslana – Vent’anni di sfiga

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Adoro la roccia del Pinnacolo di Maslana, dove sono stata solo due volte due anni fa, per percorrere le vie sportive più abbordabili. Per le classiche non mi sentivo pronta…. ricordo un racconto di un’amica che aveva salito Vent’anni di sfiga, la classica più abbordabile, e ne era uscita distrutta!

estate 2012. Conosco via forum Andrea (Fokozzone il nickname), scalo con lui quando ho qualche giorno infrasettimanale di ferie. Settembre 2012. Stiamo andando a Paderno in un giorno di pioggerellina per mettere insieme qualche tiro (posto ameno e repulsivo insieme, sarà una giornata di grandi fatiche!). Entrambi abbiamo il venerdi libero… che si fa? Ciascuno butta lì qualche idea, poi lui mi dice: ci sarebbe Vent’anni di sfiga che mi interessa… anche a me! Deciso. Non vedo l’ora di essere lì!

La giornata è un po’ grigia, nel salire ci viene il dubbio che la via sarà bagnata… ci avviciniamo alla parete e vediamo un camoscio che solitario, beato e pacifico si aggira nei pressi della prima sosta de Il Risveglio. Vediamo se arriva anche al tiro di 6b. Quando dopo pochi minuti arriviamo alla base lui se ne è andato, deve aver rinunciato… gli zoccoli non devono essere il massimo per il grip su questa roccia.
Parto io perchè Andrea vuole fare il tiro del camino, l’ottavo. Non ho nulla do obiettare e mi avvio su placche ed erba rinviando due alberelli. Poi parte lui, altro tiro “trad”, placche e fessuretta che accoglie bene un paio di friend. Oh, ci siamo, tocca a me il bellissimo tiro dell’arco! Bagnaticcio all’attacco, ma solo per i primi 5-6 metri. Sembra Kundalini, in realtà la roccia è diversa, più lavorata. In bilico sul bagnato arrivo al primo chiodo, ancora un paio di passi “melmosi” e finalmente sono all’asciutto. Avanti, che bello. Passo duretto e arrivo a un chiodo con cordone. Marcio. SIa il chiodo che il cordone, ma non ci posso fare niente, se non scalare come se quella protezione non ci fosse, e metterne una appena possibile. L’arco finisce, lo aggiro e salgo un paio di passi in strapiombo, un cordino nuovo e colorato qualche metro a destra mi indica la direzione per raggiungere la sosta.
Seguono bei tiri in fessura, non continui ma con passi delicati, si protegge bene con materiale piccolo. Ci metto un po’ ad interpretare il traverso in discesa, non capisco dove e come scendere, poi si risale una bellissima fessura, finalmente una sosta comoda. CI vestiamo, arriva aria fredda.
Ora la fessura si fa strapiombante, se ne esce a sinistra in placca.
Ci siamo quasi. Resta a me un tiro quasi improteggibile: posso scegliere tra un diedro aperto ed erboso e placchette malsicure. Faccio un po’ e un po’, tanto non si protegge in ogni caso. Riesco a mettere qualcosa prima della lama che porta alla base del camino. Mentre salgo la lama, cerco un appoggio per i piedi e vedo le corde che dritte dritte scendono in giù nel vuoto tra le mie gambe. Rinvio un cordone marcissimo che penzola dal terrazzino di sosta, sosta che rinforzo per bene nei massi incastrati. Comodo qui.

Arriva Andrea, mentre sale gli dicoche il camino sembra bellissimo. Avrei voglia di salirlo io ma i patti sono patti. Arriva, guarda e studia il camino. La prima parte mi ricorda quello di Polimagò, mi aveva distrutto gli addominali e rafforzato lo spirito. Questo ha l’aria di fare un po’ la stessa cosa. Parte, si incastra troppo, si gira dalla parte sbagliata, volteggia per girarsi dalla parte giusta, vede uno spit di una via moderna che attraversa il camino e lo rinvia. Sbuf.
Ormai è consuetudine rinviare i 2 spit della via moderna. Riparte, sale verso l’altro spit, non mi piace il giro che fa la corda. Tocca a me. Si, come Polimagò. Ma ci sono due buchi buoni in più! Poi si esce su una bellissima placca, roccia straordinaria lavorata. Bel runout! Un chiodo si muove mentre lo srinvio….
Tocca a me l’ultimo tiro. Deglutisco nel guardare dove mi devo andare a incastrare. Mi incastro, un appoggio per un piede è l’unica cosa che mi farebbe disincastrare verso l’alto e prendere la fessura. Troppo alto, sono immobilizzata…. riprovo ritento, sbuffo, mi innervosisco. Per evitare di fare notte lascio ad Andrea il tentativo, mi sento stupida, incapace e sconfitta, almeno evitiamo di perdere inutile tempo.
Ci prova e riprova, ce la fa. Il resto è un bellissimo tiro in fessura, piuttosto fisico. Quando arrivo in sosta vedo letteralmente la Madonna. (statuina posta a pochi metri dall’ultima sosta). CI fosse il sole sarebbe davvero una visione mistica, la visione della luce dopo due tiri incastrosi e bui.
Rapidi scendiamo, seguendo le doppie di New Age. Quasi mi viene voglia di tornarci…. mi rivedo sul passaggio di 6c per la sosta alle prese con una spaccata troppo larga. Rivedo i due tiri precedenti, bellissimi. Mah….

Vabbè, scendiamo, entrambi contenti di questa bella via.Impegnativa, varia, bella, faticosa. Tutto quello che deve avere una classica.

Corma di Machaby – Diretta al banano


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Andrea mi ricorda che da tempo volevo salire Bega alla Corma di Machaby, o paretone di Arnad. Senza tanto pensarci gli dico che è vero, prepariamo la roba e partiamo per il paretone. Velocemente controllo sabato prima di andare a dormire una relazione, una delle vie più belle, ma decisamente impegnativa anche per la chiodatura. Scaccio il pensiero e cerco di fare finta di niente.

All’attacco troviamo una cordata di due giovani ragazzi che ci precede, aspettiamo il turono e parte Andrea. Sembra tutto nella norma. Parto io sul tiro dopo, fingo disinvoltura ma mi è subito chiaro che o la via è davvero dura o io non sono a posto. Anche i due ragazzi hanno fatto fatica. Poi il tiro chiave. I passi non sono durissimi, sono però sempre difficili da capire, io mi rendo conto di non essere in gran forma, sono molto stanca e preoccupata per la giornata che mi aspetta domani al lavoro. Vabbè…. non è giornata, lasciamo perdere.
Con due doppie siamo alla base della parete, Andrea comprensivo e dispiaciuto per me mi abbraccia… insieme facciamo lo stesso pensiero. Abbiamo ancora tempo ma non per metterci su niente di particolare. Saliamo la Diretta al Banano, la classica della parete che nessuno dei due ha mai fatto: decisamente più facile, giusto per riempire la giornata senza andare a casa a mani vuote.
Detto fatto, l’attacco è a 50 metri dalla Bega.

Quando su una placchetta del primo tiro mi trovo a dover pensare come fare (5c) capisco che la scelta di scendere dalla Bega è stata saggia. Non mi divertivo, non avevo la testa. E ora la stangata mi pesa un pochino. Per orgoglio passo. Scaliamo in alternato la bella via, sarà anche facile, ma è davvero bella, mai noiosa o banale. Saliamo in alternato, ci divertiamo entrambi. Sui tiri finali, sono le prime ore del pomeriggio, ecco il solito vento puntuale (di solito arriva verso le 13) che si alza e mette voglia di finire la via. Gli ultimi tiri sono facili, non fosse per l’intrico di vie che si incrociano qui ci metterei anche meno a capire dove andare. Nei punti più critici di incrocio una placchetta indica la direzione.

Arrivati in cima non posso non pensare che questa via è anche sul carissimo “100 nuovi mattini”, ovviamente l’attrezzatura non era quella odierna, che con il Nuovo Mattino ha davvero poco a che spartire. Ma percorrere una via classica di una parete, che pochi decenni fa è stata sicuramente più significativa di ora in cui è “quella facile per giornate brevi o da approccio alla montagna” fa certamente piacere.

Agaro – Fenomenologia dello Spirito + 2 tiri di Luci e Ombre

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Con Sara ci siamo conosciute in pizzeria una sera di inizio estate ad Arco, poi ha iniziato a scrivere sul forum e ci siamo messe d’accordo per arrampicare oggi, dopo che lei è riuscita a lasciare il pargoletto al compagno per una giornata. Decidiamo di tornare ad Agaro, dove lei è stata tanto tempo fa e io una giornata da quadro del romanticismo inglese, con nubi basse, aria tristissima e infine pioggia.
Stavolta percorriamo l’inquietante galleria di 2 km a piedi, sarà più lungo ma evitiamo di rifare la fiancata dell’auto per poi magari non trovare parcheggio di là.
Oggi il clima è favoloso, limpido, fresco al mattino e una lieve brezza rinfresca le nostre soste.
Abbiamo qualche via in mente, alla fine, passando sotto le pareti, decidiamo per Fenomenologia dello Spirito. L’ultima via di Agaro. Ultima nel senso che è la più lontana e per raggiungerla il sentiero non è affatto evidente, ci troviamo ad arrancare su un prato ripidissimo infestato da spine, buche, sassi. La via plasir bisogna guadagnarsela.
Scaliamo in alternato, parto io. Strana questa roccia metamorfica, meno male il primo tiro non è duro e posso abituarmi. Chiodatura decisamente non ascellare. Vedo gli spit uno dopo l’altro, continuo a salire, rinvio e vado avanti. Mi sembra di scalare da tanto tempo… a un certo punto una voce mi avverte che ho saltato la sosta. Mi giro e la vedo sotto di me su un terrazzino fuori via. Ah. Sara mi cala, salirà il secondo tiro con la corda dall’alto per i primi 3 spit.
Arriva e risale, poi tocca a me il tiro chiave, 6b+. Lo guardo e vedo che tra 6a e 6b la chiodatura non cambia. vabbè, devo andare. Salgo cercando i migliori equilibri, è impegnativo e divertente allo stesso tempo: penso che vorrei una presa per la mano sinistra, allungo il braccio, cerco un po’ e la trovo, mi sposto, ora seve un appoggio a destra… guardo e lo trovo. Scalata molto di equilibrio, dove la difficoltà è nel capire da sotto quale è la presa buona, bisogna sempre tastare. Spesso non è buona e bisogna farsela andar bene e stare sui piedi. Sono a 4 spit dal termine, mi si para davanti una placca liscia non prevista. Provo a vista, ma non trovo niente di buono per le mani e i piedi sono un po’ così. Mi tengo un’eternità su una tacchetta e iniziano a farmi male le dita, devo scendere allo spit e far resting. Riparto, continua a non esserci niente, devo mettere in conto che volerò, ma devo provarci… con 2 cose minuscole e sfuggenti in mano e i piedi su un brufolo mi alzo, altro passo aleatorio (e penso che ogni passo il volo sarà più lungo), finalmente la presa!! sollievo. Veloce mi alzo con i piedi in aderenza e rinvio. oh… che bello.
Altro passo difficile e psicologico per arrivare in sosta, poi finalmente mi rilasso.

Mentre Sara sale (e bene!) io penso un po’ al nome di questa via, perchè mai l’apritore l’ha dedicata a quel borbottone accademico di Hegel, il filosofo più odiato dai liceali, che solo all’università ho iniziato ad apprezzare. Mi sforzo di farmi venire in mente qualcosa della Fenomenologia, mano a mano i concetti saltano fuori. “il vero è l’intero”… “la tesi, l’antitesi e la sintesi, che comprende la posizione e la dialettica che si forma con l’opposizione”. Quell’intero ricco che è il superamento dialettico delle scissioni, fino alla loro vera comprensione.

Mentre medito e guardo il lago Sara è sul chiave, prova e passa, arriva in sosta, come me quando sono arrivata qui ha male ai piedi ma deve ripartire. Bel tiro, poi tocca l’ultimo a me, con passi in lieve strapiombo su roccia un po’ da controllare.
Con 3 rapidissime calate siamo giù, si beve e ci si rilassa, e decidiamo di salire un pezzo di Luci ed Ombre, sapendo che non abbiamo abbastanza tempo per finirla, ma abbiamo voglia di scalare ancora un po’. Rimettere le scarpette fa male! Un paio di tiri abbastanza lunghi, anche loro sempre continui e tecnici, ci caliamo e rientriamo. Stavolta siamo fortunate e a metà galleria ci raggiunge in auto una coppia, a fatica riusciamo ad aprire le portiere ed entrare.

Ci ripromettiamo di scalare ancora insieme, i progetti vengono fuori con facilità. Poi si parla dei nostri compagni, del suo bambino, delle pappe, della vita…