Archivio mensile:luglio 2014

Grignetta – Sigaro All-round

sigaro

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Il mio caschetto giace insieme a friend e dadi nel solito “cubo dell’Ikea” da circa un anno. L’ultima volta che l’ho indossato mi ero trovata per puro caso ad arrampicare tra le guglie secondarie dei Magnaghi legata a “Gerry” (Gerardo Re Depaolini), che mi aveva accompagnata su alcune vie da lui aperte.

Ricominciamo da qui, dunque. Ricominciamo da questo luogo della Grignetta, proprio da dove inizia il mio blog.
Sono in palestra, una delle solite sere estive in cui si va ad allenarsi più per abitudine che per convinzione, in cui più che tirare tacche hai voglia di trovare i soliti amici e magari organizzare il week end. Trovo Fabio che come al solito si sfinisce di circuiti, gli dico che ho voglia di tornare a fare una via dopo tanti mesi di falesia, e se gli fa piacere vorrei scalare con lui. Ci conosciamo da tanto tempo io e Fabio, alpinista esperto, gran macinatore di pareti. Mi proponte la via Ester in Presolana, ma il giorno prima, come sempre in questa perfida estate, le previsioni cambiano. Decidiamo quindi di andare in Grignetta, i Magnaghi saranno perfetti per questa giornata incerta.

Si parte con Gasomania al Sigaro… la fessura del primo tiro, che ora tocca a me. Rivedo quel giorno, in cui molto volentieri lasciavo che Luigi partisse e lo assicuravo attenta. Ora quel capo della corda tocca a me, è giusto.
Non so che sensazioni proverò, dopo tanto tempo dall’ultima volta in cui ho scalato su una via… non sono certo al cospetto di una grande parete, ma è comunque diverso dal monotiro in falesia. Parto. E’ dura, cavolo se è dura, ancora di più perchè a sinistra della fessura, dove ci sono le prese, è tutto bagnato. Tocca fare resting e poi azzerare per passare dal primo al secondo resinato. Poi su diventa più facile, arrivo in sosta. Riscopro i gesti un tempo così consueti e famigliari: barcaiolo nell’anello, recupera le corde, metti la piastrina, recupera il compagno che sale. In equilibrio sul pilastro mi guardo intorno serena. Sono dove devo essere.
Assicuro Fabio sul secondo tiro, mentre a me toccherà il bellissimo terzo, che ricordo così duro, verticale, esposto. Eccomi pronta. Ricordo buchetti cattivi per le dita, fatica negli avambracci. Ritrovo invece buchi buoni e una tecnica che in 4 anni è cresciuta, l’abitudine alla parete non se ne è andata e quando arrivo in sosta mi appendo sul piccolo terrazzino, guardo Fabio che sale mentre recupero. Respiro e guardo l’aria intorno a me.

Arriviamo in vetta, la croce rossa del Sigaro dove Fabio fa sosta e mi attende. Altre cordate salite da altre vie scendano prima di noi, poi ci caliamo come loro nel vuoto tetro della Nord del Sigaro, dove invito Fabio a guardare la via Cassin, e poi gli racconto di quel paragrafo letto su “Capocordata” dove narra dell’avventura per aprire questa ardita via. So già che gli piacerebbe salirla.
Siamo di nuovo alla base. Le vie sulla Ovest del Primo Magnaghi sono bagnate ed è Fabio a proporre di continuare a giocare sul Sigaro. Va bene…. allora adesso saliamo la Colombo!
Questa l’avevo salita con Gigi 3 anni fa. Parto io, poi tocca a Fabio il bellissimo secondo tiro esposto e fotogenico. Provo a scalare in libera l’ostico passaggio chiave del terzo tiro, ma volo su chiodo. Riparto e proseguo lungamente, non vedo più Fabio che è sotto dietro lo spigolo, sono da sola con la roccia, a provare quella sensazione così piena, su una mano, metti bene i piedi, sposta il peso, chiedi alla roccia quale è la presa migliore, questo fantastico calcare grigio e rugoso che sembra essere stato creato apposta per essere scalato.

Torna quello che io chiamo “l’animale da roccia”: sono quei momenti in cui sei solo a dialogare con la parete, te il tuo istinto e la tua capacità di salire. L’animale da roccia è un essere primordiale che si fonde con quanto sta intorno, con la parete e con i prati verdi di sotto, con l’aria che respira, con i muscoli che si contraggono e con la forza che recluta nelle braccia, con l’esperienza che gli dice dove andare.

Vetta numero 2. Qualche parola con una cordata di giovani e scendiamo. Avanti, ancora una. Rizieri. Salita con Stefano nell’estate 2011, seguita da Graziella al Primo Magnaghi e poi da tempesta di grandine. Ora invece splende un sole caldo. Prima Fabio, poi io sul secondo tiro. Poi lui. Bellissima anche la Rizieri. Ora non troviamo più nessuno in vetta e ci caliamo subito. Salita e discesa in un’ora esatta. Sono le 16, ora toccherebbe alla Normale, ma prevale la voglia di scendere con calma per raggiungere il Forno della Grigna, solita pizza e birra che non può mancare. Traverso, Cermenati in discesa, dove chiaccheri per far passare prima il tempo e dove sei così felice quando finalmente ai sassi si sostituisce il morbido fondo del boschetto Giulia, dove filtra il sole e dove si sta così freschi. Immancabilmente al Forno si incontrano volti conosciuti, si scambiano quattro parole sulle vie salite, si stendono le gambe sotto il tavolo e tra un sorso e l’altro si guarda in alto, tra quei torrioni ormai coperti di nuovo dalle nuvole, dove è iniziata la mia storia di rocciatrice, dove è sempre bello fare ritorno.

Il lancio mancato e il bicchiere mezzo pieno

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Ci sono settimane in cui non trovo nulla di interessante da scrivere riguardo quello che faccio, del resto scalo in falesia, sono una delle migliaia di persone che nel tempo libero vanno a divertirsi su 20-30 metri di roccia pre-attrezzata con infissi geotecnici, come direbbe Ivan Guerini.
Ma ci sono giorni, apparentemente uguali agli altri, in cui questi 20-30 metri acquisiscono un sapore particolare, più buono e più intenso rispetto ad altri giorni. Oggi è stato uno di questi, una di quelle giornate uguali ad altre vissute negli ultimi mesi, eppure chissà perchè, tornando in auto e guidando verso il negozio, ecco che ho sentito il bisogno di scrivere. Non ho neanche chiuso il tiro… eppure guido con una placida serenità per la bellissima mattina passata.

Ho due mattine libere a settimana, oltre la domenica. Negli ultimi mesi mi sono messa in contatto con Gio, amico di un amico, che lavora su turni e anche quando fa la notte, spesso rientra a casa per colazione e poi esce per arrampicare. Sono entrata nel giro… spesso ci sentiamo, a volte non può, ma quando può, Gio è una certezza. E siamo diventati ottimi compagni di cordata per queste fughe infrasettimanali.
Sono alla festa del Rockspot quando mi conferma la sua presenza per stamattina. Decido quindi di scalare poco alla festa e andarmene presto.
Mi sveglio con il sole che filtra dalla tapparella, la alzo e mi si para davanti una bella mattinata tersa e fresca. Andiamo in Valle dell’Oro, famosa per essere unta e brutta, io ci sono stata una sola volta con lui ma poi si era messo a piovere. Ai posti do sempre una seconda possibilità.

Siamo 4 oggi, e Gio vuole far provare ai suoi amici un tiro nuovo. Ci scaldiamo su un 6b, ma sto ancora mezzo dormendo e mi appendo al secondo spit, poi dritta fino in catena, con i muscoli che si sciolgono e si riscaldano presa dopo presa. Il tiro di riscaldo fa anche da caffè, visto che non sono riuscita a fermarmi per strada.
Non ho obiettivi precisi, qui per me è tutto nuovo, chiedo a Gio se mi sposta i rinvii sul 6c+ di fianco, che mi sembra bello.
Lo provo, al primo giro non capisco come passare poi me lo spiegano da sotto. Al secondo giro sbaglio il lancio in cima perchè non vedo un piede, al terzo purtroppo lanciando non riesco a tenere la presa. Ho mancato un lancio che potevo fare, segno la presa e miro al punto giusto, lo rifaccio e viene. Ma ormai è andata. Scalo nel frattempo altri due tiri.
Vedo Luca che prova il nuovo 7a+ e dalla prospettiva che si vede da dove sono sembra di essere in un posto fichissimo, non nella ex discarica che è considerata questa falesia. Si vede il Resegone, l’aria è limpida e fresca, l’unto proverbiale che accompagna la fama di questo posto non si sente nemmeno. E’ bello stare qui, mi piace come sto scalando e la tranquillità che ho, mi piace cercare equilibri, tenere tacche piccole, mi piace cercare il bello dell’arrampicata.
Sto bene.
So che devo andare in negozio, controllo l’ora, è la mia routine di quando scalo al mattino.
Alle 13.45 scendo dal tiro, metto via la roba, Gio scende con me, gli altri rimangono. Un caffè all’autogrill lungo la “Valassa” e ci salutiamo.

Arrivo in negozio, uno spuntino, mi lavo rapidamente e mi cambio, alle 15:30 puntuale sono nella solita routine lavorativa.

Niente di che, niente di grande, non ho chiuso niente, sportivamente non ho avuto nessun risultato… tanti tornerebbero a casa un po’ incazzati. Ma è la vita… penso alla fortuna che ho avuto a conoscere Gio, che mi permette di uscire dalla città anche in queste mattine libere, penso che ho un lavoro che mi impegna tanto ma che mi piace, che ho consolidato amicizie, che ho una vita e che è a volte dura per tutti, ma basta vedere il bicchiere mezzo pieno, essere meno egoisti, godere delle piccole cose. Non so perchè penso tutto questo oggi, ma cercherò di tenermelo stretto quando ci saranno momenti in cui mi sentirò triste.