Archivio mensile:gennaio 2015

Coste dell’Anglone – Oksana

La potenza dei social network.
Conosco Sandro dai tempi di Rovato1. Cioè da quando ho abitato qui tra il 2008 e il 2011, ci siamo incontrati qualche volta in giro per falesie, così per caso, e diverse volte al Roc Palace. Solo ultimamente avevamo anche condiviso qualche blocco in palestra, poi in genere lui e il suo codino argentato andavano a giocare a biliardino e io continuavo ad incapponirmi su blocchi per me impossibili. Lui e Ralph, quelli forti, che scalavano forte in falesia e facevano vie dure. Quelle vie dure di cui avevo casualmente letto qualcosa sul blog di Sandro.
Poi sono andata “in esilio” per lavoro a Milano, un giorno ero capitata a Caionvico per caso e toh, c’era pure lui. Senza più codino. Ne avevamo parlato, anche.

Poi sono tornata a Rovato. Tornare qui ha significato per me, oltre che dedicarmi al lavoro matto e disperatissimo per due mesi quasi senza soste, anche desiderare di tornare ad un’arrampicata diversa dai monotiri, che mi facesse respirare come facevo un tempo, quando passavo i week end appesa via a qualche parete, ascoltando silenzi e condividendo tra un silenzio e l’altro tanti sogni e tante vicende con i miei compagni di cordata. Poi mi ero eclissata, l’esilio mi ha portato a crescere tecnicamente, a passare tante domeniche in compagnia in falesia, come un camaleonte che si sa adattare alle situazioni che gli capita di dover vivere.
Torno qui e per certi versi la mia vita mi sembra tornare ad essere un foglio bianco, in cui le situazioni da vivere posso crearle anche io. Forte dei gradi in più che l’esilio milanese mi ha regalato, ora mi sento un po’ meno impedita, almeno tecnicamente.
Tra un’influenza e una domenica lavorativa, capita che ci mettiamo d’accordo, io e Sandro. Beh propongo di giocare su terreno neutro, via a più tiri, ma sportiva… non so come potrei reagire davanti ad un ipotetico diedro strapiombante senza vedere metallo luccicante a palesarsi come protezione. Ho in mente un paio di vie, ma dall’altra parte del telefono suona una voce che si stringe tra le spalle e risponde “ehhh quella l’ho già fatta”. Figurarsi. Va be scegli tu. Poi cambiamo ancora idea, va be insomma. Sto sempre proponendo una via a “Ex-codino-d’argento” che ha fatto di tutto e di più su tutte le pareti calcaree delle alpi centrali e delle dolomiti. Io ho salito 4 vie in croce, tanti sogni, poco tempo, troppo poco, troppi intoppi. Andiamo verso Arco, neve sul Baldo, lago in assetto invernale privo di presenze natanti di ogni tipo, ma la gardesana è sempre bellissima. Si chiacchera di vie, di idee, di concetti vari e assortiti. Si sceglie la parete, poi camminando verso la parete decidiamo anche la via. Per me giornata dell’umiltà. Ho sbagliato troppe volte peccando di altezzosità, oggi sono io a dire “mah io vedrei quella là più facile”, le parole mi escono da sole. Understatement day. Invecchiando si diventa saggi. Primo tiro, fa freddo ed è in ombra. Sandro: parto io? Si si (che poi, pensavo fosse scontato visto che si era preattrezzato l’imbrago di ferramenta prima di partire). Meno male. E’ duro, o ho freddo, o entrambe le cose. Odio l’aderenza sarchica, lo spalmo sarchico, i primi tiri sarchici. Sono sempre delle fregature enormi che ti fanno sentire incapace.
Poi migliora, questa via Oksana di cui non so niente se non che è tutta “6a, 6b, 6a obbl”. Non so neanche quanti tiri sono, penso che lo capirò quando finiranno gli spit e faremo sosta su un albero da cui partirà una sorta di sentiero che scende, a destra o a sinistra.
Intanto alla nostra sinistra due ragazzi attaccano la via “degli esseri brutti”, e ci guardano con superiorità (mi sembra). Già, loro sono alpinisti veri, noi saliamo “sugli spis”. Gli esseri brutti smadonnano, poi non li sentiamo più. Via che scorre senza infamia e senza lode, con un bellissimo diedro che tocca a Sandro, il tiro più bello della via, serpeggiando per una linea spettacolare e traverso finale sotto i tetti. Molto sarchico.
Arrivano nubi e freddo, finiamo la via e scendiamo. 4 ore da macchina ad attacco, è ancora presto, che si fa? Per Nonna Evelina, ex candidata, è troppo tardi e fa troppo freddo…. Traversi Perversi.
Parto io su un tiro infame dato 6a+. Il tiro delle evoluzioni… il 6a+ più duro della valle, forse. So che se piede sta dove mano tiene, c’è un vuoto cosmico di due metri tra una presa e l’altra, e per i piedi bisogna inventarsi strani spalmi che cedono impietosamente (del resto, mano non c’era stata). La sosta scomoda, appesa e illogica non ci garba per cui faccio sosta su ben più comodo albero sulla destra. Spirito alpinista anarchico. Comodamente accucciata tra parete e ramo dell’albero assicuro Sandro sul secondo tiro, poi dovrebbe partire un traverso. Ovviamente non abbiamo la relazione e l’iphone è senza campo. No way. Sorpresa, gli spis vanno in alto.
Dialoghi verticali.
S. Eh sembra duro
E. (che non avendo binocularità non vede gli strapiombi). Beh se danno 6a, ci saranno le prese buone, ma non si vedono.
S. Si, però strapiomba
E. (per motivo di cui sopra) silenzio…. e dentro di se pensa che boh, se danno 6a e gli spit sono così pochi, sarà facile
Teatrino… duro sto 6a… sembra quasi un 6c. Blocca. Tengo? Si si tieni!!!! inutile ogni tentativo di mettere il rinvio nel pressione tra uno spit e l’altro. AH si, tra uno spit lontano e l’altro, sono comparsi dei chiodi a pressione, molto vicini. Ok, non è 6a, non è la nostra via, ma ormai.

Intanto è un po’ tardi, è evidente che abbiamo cannato via tra un traverso e l’altro, e che di qui non si passa se non in artif. Forse una via che attraversa la nostra, o viceversa. Va be, Sandro, che ha mestiere, sale e recupera tutto, 2 doppie e siamo a terra, con ampio margine sull’ora del tramonto ma con la parete già gelida.
Morale: portare la relazione anche se la via è a spit.
Morale 2: tra una cosa e l’altra, in questi due mesi, complice anche la giornata di oggi, mi è tornata voglia di parete, come se avessi lasciato un segnalibro 2 anni fa, o forse più. Maledette chiacchere in macchina…. quelle che ti riportano “ai tempi”, e che ti fanno pensare che ancora tante cose siano possibili, quando solo 3 mesi fa sembravano archiviate per sempre.

Poi chi lo sa, ci sono giorni in cui è bello pensare che la vita sia un foglio bianco.

Anno nuovo, vita nuova. Letteralmente.

terradimezzoE’ fine ottobre quando mi sento con Carlo (Rampegon) e programmo il week end dei morti ad Arco, siamo d’accordo per scalare il sabato una via e la domenica qualche tiro in qualche falesia. Poi ci mettiamo d’accordo anche con i miei amici Lorenzo e Patrizia, decidiamo per una via a Mandrea, io da tempo vorrei fare Pagliaccio Ridi, via che da tanto tempo vorrei salire. La mia parete preferita, un chiodatore che conosco di persona, quella linea intravista per averla avuta di fianco salendo la vicina via delle fontane, ben più facile.

Una mattina, Pino (il mio capo) mi chiama in ufficio. “Eva, ti vogliono a Brescia”. Piango rido sono costernata, una richiesta fatta durante l’estate e morta sul nascere, quella di andare a lavorare nell’Alpstation che deve aprire in autunno a Brescia, tornare a casa. Ecco, ora così con un preavviso brevissimo, plaf. Punto di non ritorno, svolta, schiaffo in faccia, doccia fredda che viene a scuotermi dalla piatta quotidianità che si ripete da due anni. Lavoro, mattina libera, scalata, domenica scalata, allenamenti in settimana, appartamento in condivisione con i pacifici e fantasmatici cinesi in via Mecenate. Mi cade addosso la casa, i cinesi, la palestra con tutti i suoi “abitanti” (frequentatori sarebbe riduttivo), le mattine libere a Lecco, Anna, Pino, Chiara, Marco e Filippo. Il mio piccolo mondo mi cade addosso e piango e rido. Mi sembra di avere avuto tutto e di perdere tutto. Ma poi mi vengono incontro i miei genitori, il ricordo della mia casa in campagna con vista Monte Guglielmo, le falesie vicine, i miei amici, la mia voglia di cambiare. Vado in bagno e chiamo la mamma.
La faccio breve.

Le ultime settimane scorrono veloci, del resto il preavviso è alquanto breve. Il 2 novembre pomeriggio riunione in Alpstation Brescia. Meno male che ho in programma Arco e non Finale. Scalo la via con Carlo, dura, bella, come la volevo. Sarà l’ultima scalata seria per un bel po’. Serata arcense, tensione, due tiri scalati male il giorno dopo, saluto tutti e vado a Brescia. Il grande capo mi chiede, mentre ancora sto varcando la soglia, davanti a tutti in cerchio, se è solo un’idea o una mia vera volontà quella di andare a lavorare lì. Guardo il legno chiaro, i capelli scuri di Gabriella, il faccione sorridente di Andrea, tremo dentro e ostento decisione. No, certo che voglio venire qui. Ho paura del destino. E se stessi cadendo in trappola? Una trappola che mi sono scavata da sola, ovvio. Non sarebbe la prima volta.
L’andamento del pomeriggio e della cena mi fanno già entrare nel mood Alpstation Brescia. Non ho più dubbi. E comunque ormai, è fatta.

Ultima via ad Arco. Non ho più voglia di allenarmi, lo faccio perchè devo farlo, perchè sono abituata a farlo, ma la testa è altrove. Passo l’ultima settimana a salutare gente, clienti, amici, cose.
Tempo per il trasloco: domenica 16 novembre. Sabato sera saluto tutti in negozio, domenica trasloco, lunedi 8:30 Brescia. Iniziamo i lavori, con i dovuti rinforzi. E’ tutto da fare.
Due settimane di lavoro intenso, più che intenso.
Dopo tre giorni non penso più alla roccia. La domenica riesco ad andare a Cividate ma sono talmente stanca che non mi diverto nemmeno, apprezzo il sole, l’aria aperta, la compagnia, niente più. Si apre e siamo sotto Natale. Negozio nuovo sotto Natale. Noi siamo stracciformi, mano a mano ci riprendiamo, prendiamo possesso del “nostro” negozio, siamo molto affiatati. Mi rendo conto che Milano non mi manca, che qualcosa dentro di me è cambiato.
Non ho molto tempo per allenarmi, prendo spunto da Gabriele e Gabriella e mi iscrivo in piscina. Il primo giorno in un’ora con pause e riposi metto insieme 60 vasche. Due settimane dopo ho ritrovato lo standard dei 2 km, e 3 settimane dopo sono 2 e mezzo in vasca da 50 metri. Mi viene il dubbio di essere più una nuotatrice che una scalatrice, ma mi manca tanto la scalata, la roccia, i colori, l’aria aperta, la compagnia delle sfalesiate, gli allenamenti hce quando ti metti al volante la pelle delle dita pizzica. Arriva il Roc Palace, rozzo quanto basta, e riprendo un po’, giusto per un risveglio muscolare ogni tanto.

Nel frattempo un’uscita ad Arco senza concretizzare una via, una mattina in falesia con un freddo gelido, un salto in palestra ogni tanto…. finisce l’anno. Sono tanto lontana dalla mia vita di prima che non mi preoccupa più il fatto di essere fuori forma, non mi interessa nemmeno. Nuoto e sto bene, mi rendo conto che stavo inseguendo l’effimero, che mi sono stressata per un numero e che si vive bene ugualmente. Però sotto sotto….

31 dicembre, vado con Patrizia al King Rock. Entrambe riusciamo ad arrivare alla catena del grande strapiombo, per la via più semplice. Per la prima volta. Scalo altri tiri in strapiombo, non li chiudo, ma vado su. Non me ne importa più nulla, voglio solo divertirmi e provare quella dolce stanchezza alla fine, quando ti bevi la birra con le mani ruvide di magnesite e le spalle che fanno male.
Oggi.
1 gennaio 2015.
Sole. Freddo. Roccia. Che si scalda in giornata. Terra di Mezzo, Michele non sa che mi sta facendo un regalo a portarmi nella mia falesia preferita, quella tutta a tacchette piccole con tiri lunghissimi, vicino alla Rota, che quando scendi in inverno, lungo la strada ti godi il lago d’Iseo sotto una luce dorata. Quella con la chiodatura lunga ma talmente verticale che non fa paura. Quella che non ha tiri sotto il 6b. Accidenti. Ma io non ci faccio caso…. siamo in 4, festeggiamo l’anno nuovo senza aver fatto neanche il brindisi di mezzanotte… perchè ci siamo dimenticati!!! ma oggi è il primo gennaio e c’è il sole ed è bello essere sulla roccia per qualche ora. E via, un po’ per volta, un po’ lotto con la paura del volo che dopo tanta inabitudine si fa sentire, un po’ con le dita non più allenate, un po’ con il freddo… ma scopro che non va neanche male! E poi scendiamo e incontriamo il Clod e Cecco, mi sembra da un lato di non vederli da ieri, dall’altro mi sento su un pianeta diverso. Un saluto, una promessa di rivederci presto.
Rientro a casa, tre quarti d’ora e sono a casa mia, non più rientro in città a Milano ma qui, in campagna, tra i campi ricoperti di neve.
Si ricomincia, anno nuovo, vita nuova. Gabriele mi ha chiesto cosa mi aspetto dal 2015 e non ho saputo che rispondergli, se non che sono contenta di questa fine, di questa svolta. Tante cose, tanti pensieri, una montagna di riflessioni, tante novità da ciò che ho lasciato 3 anni fa e tanti spunti per ricominciare.
Alè.