Archivio mensile:marzo 2015

La ritrovata gioia di arrampicare. Valle del Sarca, Pian della Paia

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Nel momento in cui VYGER al telefono mi propone questa via, di cui so solo dove si trova e ho una vaga idea delle difficoltà, gli dico che va bene e vado a letto tranquilla pensando che passerò una serena giornata sulla tiepida e colorata roccia dell’amata valle del Sarca. Una via che si chiama “La ritrovata gioia di arrampicare” fa sicuramente al caso mio in questo momento: l’ultima volta che ho scalato in valle, un’infrasettimanale una decina di giorni fa, qualcosa non era girato, e forse devo ancora assorbire moralmente il colpo.

Cambio dell’ora. Metto due sveglie perché non mi ricordo mai se si aggiornano da sole o no…
La sveglia del telefono suona impietosa, caffè triplo, la roba è pronta. Il panico degli occhiali. Non li trovo.. ma dove sono? Come faccio a uscire di casa se non trovo gli occhiali…. sotto il letto, in cucina in bagno… niente, sono lì, stabili al loro posto, sul comodino.
Ho dimenticato qualcosa. Ho senz’altro dimenticato qualcosa, per cui prima di prendere la Brebemi verso Brescia mi fermo e controllo. Direi che c’è tutto. Ho anche stampato la relazione, che vuoi di più. boh. Quella netta sensazione di essere sparata fuori di casa con il cannone mi fa sempre pensare che ho dimenticato qualcosa.
Ho sonno, quasi quasi chiedo a VYGER se ha voglia di guidare lui. Annuncia mal di testa potentissimo, dalla tasca del pile estraggo una pastiglia che avevo pronta per me, ok niente, fingo di essere sveglia, non dico niente e guido. Tanto mi sveglio con i racconti reciproci della settimana e con i discorsi sui massimi sistemi.

Prepariamo il materiale e ci avviamo. Accccc…!!!! ho lasciato la magnesite in macchina. Aspettami. 10 passi indietro di corsa, poi eccola… è dietro la schiena al suo posto. Mi stringo nelle spalle, sperando di passare inosservata.
Soliti 3 minuti per prepararci alla base della parete, VYGER parte scheggiando via (tanto di default sale lui il primo tiro, e mi chiedo… ma quindi in 20 anni di vie, ha fatto sempre i tiri dispari?). Sosta, molla tutto, libera, parto. Come tocco la roccia la testa scatta in modalità “arrampicata:on”. Non c’è più altro che io, (la cordata) e la parete. Arrivata in sosta apro la relazione. 45 m, VI, VI+. Mi chiede se voglio provare… si. Non aggiungo niente e parto.
Come sempre ormai ho constatato nelle vie del Grill, i primi tiri sono i più rognosi, forse perché se passi quelli sei vivo e ti meriti di finire la via, mentre se voli e ti fai male, meglio che succeda all’inizio. Bellissima fessura da scalare e proteggere. Spit e chiodi presenti sui passi più duri. La fessura sempre più verticale, arriva il tratto più impegnativo….drriiiiinnn driiinnnnnnn ma chi è che mi chiama la domenica mattina??? Mi distraggo, per ricompormi prendo un friend e lo caccio dentro a caso e salgo. Bel tiro davvero.

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Più su. Tocca a VYGER un tiro bellissimo. Mannaggia questo sarebbe stato il mio, muro super verticale. Sicuramente il grado in libera è piuttosto alto, ma in relazione è VI+ e A0. Azzera il passo chiave.
Tocca a me da seconda, vediamo dove riesco e passo il tettino, le prese diventano piccole, ma i piedi ci sono, tengo duro sulle dita, e via, passo in libera. C’è sempre una sfida, tra me e la mia amica Chiara, a risolvere gli A0 del Grill.
Finisco io la prima parte della via su un tiro non difficile ma su roccia da controllare, con uscita friabile. Possiamo scegliere uscita a dx (classica) e sx, creata successivamente. Per la classica serve un friend del 4, che non abbiamo. Andiamo a sx. spigolo ostico e liscio per VYGER, nel frattempo è arrivato un antipatico venticello gelido. Poi per me altro tiro (penultimo) lungo sempre VI+. Ho qualcosa a un dito e le braccia un po’ stanche, resting all’ultimo chiodo, a 3 metri dalla sosta, ormai sul facile. Esce sangue. Arrivo in sosta, momento splatter. Sangue a fiotti dall’indice sx… recupero stando attenta a toccare la corda, i moschettoni, non ho niente per pulirmi e lui non accenna a fermarsi, ho tutta la mano insanguinata. Quando VYGER è sotto di me gli dico “preparati a vedere una cosa brutta”, ma lui vede, nota e non si scompone. vabbè ha visto ben di peggio, poi ora si sta fermando.

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Mi pulisco alla meglio con un po’ di acqua, parte, ultimo e lungo tiro. Bella roccia e difficoltà decrescenti. Arrivo sulla comoda e boscosa sommità del Pian della paia, pausa pranzo, stretta di mano, relax 10 minuti. Si, sono contenta di come ho scalato. Ho scalato per andare su, perché in parete sto bene, respiro, perché a volte sento che scalare è come creare, dare una forma e un movimento a una parete che altrimenti se ne starebbe lì da sola.

Siamo seduti nel bosco a sgranocchiare qualcosa prima di scendere. VYGER ridacchia e mi dice “certo che tu sei proprio CORDATOPATICA”. In un certo senso non posso che dargli ragione e so che è una mia debolezza, sono fatta così. Ci sono i “soci”, e poi ci sono i compagni di cordata, con cui mi sento libera da ogni filtro e giudizio, e riesco a dare il meglio e a provare la vera gioia nell’arrampicare, quella che si prova in parete quando stai bene lì, sali, godi delle piccole cose che ti stanno intorno, arrivi e recuperi, fai sicura e segui il compagno nel suo salire e nelle sue difficoltà, come ha fatto lui con te, due battute in sosta che interrompono il silenzio del movimento.

Arco è gremita di gente, siamo sotto Pasqua, è primavera. Incontriamo amici bresciani e ci raggiunge Chiara al bar, si chiacchiera un bel po’, poi si fa ora di rientrare. Mi spiace sempre lasciare Arco, la pace che si respira qui, quando in piazza sorseggi una birra di rientro da una via, è una sensazione di tempo sospeso che amo. Si rientra e i massimi sistemi nei discorsi rilassati del post arrampicata si fanno ancora più massimi, temperatura mite, finestrino abbassato e le pareti che si allontano lungo la gardesana con il sole che lentamente scende galleria dopo galleria.

Medale – Miriam + Brianzi

La Brianzi. Mi ricordo quando al primo raduno di Planetmountain a marzo 2010 io avevo salito la Miriam e già mi ero ritenuta soddisfatta per la mia prima via in Medale, guardavo salendo la seconda parte della ferrata, Crodaiolo e Slowrun sulla Brianzi, che sale parallela a sx della Bonatti e sbuca nei pressi della cima. Li avevo conosciuti poche ore prima al bar, per me erano quelli veri, inarrivabili ma erano stati gentili a consigliarmi la Miriam, che mi era piaciuta e mi aveva soddisfatta. Dalla prospettiva della ferrata, sembravano due ragni appesi sul nulla di questa parete verticalissima.
Ho salito due volte la Bonatti, perché la seconda volevo salire la Brianzi ma avevamo finito l’acqua e faceva troppo caldo, la Bonatti è ben più veloce e facile e avevo optato per quella. Insomma mi era rimasto un sasso nella scarpa…
Arriviamo ai nostri giorni, in questi 5 anni davvero è successo di tutto, ma alla fine, come un ciclo si torna lì, dopo una sorta di superamento dialettico, con più coscienza e conoscenza di tanti meccanismi: della parete e della vita.
Per ovviare al fatto che Sandro in valle del Sarca ha salito quasi tutto gli propongo la combinazione Miriam + Brianzi. Almeno del Medale gli mancano un sacco di vie….poi arrivano due week end di maltempo e uno di impegni suoi, poi ci sarebbe il raduno del forum al Sengio e io sono veramente combattuta.
Ma dopo il Manolo salito in modo pietoso (almeno per la forma della testa) sento il bisogno di darmi un’altra possibilità e poi in fin dei conti questo è un progetto che è lì da oltre un mese. via…. dai andiamo. lo so che lui è più contento così. E anche io.

Tempo buono, parcheggio pieno. Potremmo anche salire da Sogni proibiti ma l’idea di quella cengia infinita ed erbosa che traversa l’Antimedale dopo 2 tiri, 100 metri di erba verticale per andare all’attacco, boh non ho voglia. Andiamo per la Miriam, sperando che le auto siano tutte di ferratisti.
Prepariamo la ferramenta in allegria, partiamo chiaccherando sulla strada praticamente verticale che arriva poi al sentiero. A metà: Sandro hai preso tu la relazione vero? no!. torno a prenderla allora… no no dai se sai dove è l’attacco va bene ugualmente. Ha evidentemente fretta.
… arriviamo sparati all’attacco e mentre io arranco sull’ultimo salto della ferrata verso l’attacco lui è già pronto addobbato l’imbrago scarpette ai piedi. Arrivo disfo la corda gliela do per legarsi e “posso partire?” si si … un attimo che ti assicuro… così abbiamo dribblato una cordata di due ragazzi. Uno dei due mi riconosce e mi chiede se ero io al Sigaro Dones la scorsa estate, si fanno due chiacchere. Momento social. Per la prima volta mi godo il primo tiro della Miriam da seconda. ohhhh. Per convenzione il primo tiro tocca a Sandro, sempre. Con un ghigno gli dico vai vai. Insomma non è difficile, ma quella placchetta, quel passetto verso destra… ha sempre il suo perché.
Il resto niente da dire, in meno di due ore siamo sistemati nel boschetto dove si traversa per la Bonatti e la Brianzi a fare lo spuntino di mezza mattina in attesa che 3-4 cordate a grappolo lungo il pilastro se ne vadano verso l’alto e sperando che nessuno vada dove andiamo noi.
Riesco a sbagliare strada nei 50 metri di cengia e trovarmi per zolle erbose all’attacco del Cammino dello Xian… torno più giù e arrivo al pilastro, non mi ricordo un tubo, mi assicuro a una lama mettendoci un cordino, arriva Sandro mi passa oltre di un metro e c’è il fix per assicurarsi. vabbè oggi è evidente che non sono molto centrata. Fatemi scalare che riesco a farlo, ma per il resto non sono molto reattiva. I miei pochi veri compagni di cordata sono persone ironiche e pazienti che sopportano e sorridono.
Salgo il tiro in comune tra le due vie, condivido la sosta con una cordata a 3. Poi parte Sandro per il tiro chiave. Oltre a essere il chiave è anche quello che presenta dei problemi di orientamento nella prima parte. Benedetto i-phone…. gli recito bene la relazione del tiro, che però non è precisa in un punto. Insomma due tentativi e non si capisce cosa fare, poi arriva una cordata che ha già fatto la via e gli spiega, che era giusto come stava facendo al primo tentativo, il diedrino che sembra marcio va salito e poi c’è un chiodo che non si vede. Ok, ora tutto chiaro. Il tiro non è facile, la chiodatura non è qualitativamente rassicurante e la roccia all’inizio è di dubbia qualità. Cambio di marcia rispetto alla Miriam. Da seconda passo in libera, ma non è facile. Con delicatezza estraiamo di nuovo l’iphone… sosta semi-appesa. Vado io vai tu… va be, Sandro vai tu, che se mi succede come sul Manolo mi intristisco. Tiro dall’aria arcigna, in realtà faticoso ma bello e non così duro. Il Medale è sempre fatica. fatto un po’ di gardening e preso un cespuglio in un occhio lo raggiungo e lo lascio lì nella sosta comoda all’ombra spazzata da uno spiacevole venticello che si è levato. Il tiro dopo è di 50 metri. Parete aperta, spesso controllo dove andare, non sono più abituata a cercare cose diverse dagli spit, mi rendo conto che non ho più il fiuto che avevo maturato. Il tiro è infinito, le corde tirano, strapiombino finale e poi traverso, con le corde che non vengono.
Per uscire dalla via abbiamo un sacco di scelte: uscita di Altri Tempi, uscita del Cammino dello Xian, originale Brianzi, raccordo con Bonatti. Scegliamo l’ultima. La richiodatura ha messo insieme un bel tiro su placca ruvida, molto divertente.
Comoda passeggiata di discesa, giù alla macchina un attimo di relax a guardare la relazione della guida e fare due considerazioni, con l’ultimo barlume di lucidità che resta mentre si apre lo stomaco e la sete si fa sentire forte. Traffico furioso in città, detto fatto ci tuffiamo al bar degli arrampicatori dove so che ci aspetta un buffet rigenerante.
Purtroppo le foto fatte restano intrappolate nella fotocamera, di cui non ho più il cavetto e dove non avevo inserito la scheda di memoria…. peccato!
Mi aspetta un altro giorno libero, per la prima volta dal 2 ottobre godo di tre giorni consecutivi senza lavoro. La mente libera, gli accordi con Pietro e domani mi aspettano le placche iper tecniche del Sengio Rosso.

Pian della Paia – Cesare Levis (Diedro Manolo)

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Ottobre 2011, sono con Gigi sulla Fessura Kerouac a Pian della Paia. Una via meravigliosa, degna conclusione di una bellissima stagione di 50 vie di cui una dozzina in dolomiti. Si finisce qui, e al termine della via Gigi mi dice “ecco sei pronta per divertirti sul Manolo”. Il mio amico sa che sogno questa via, ci vorrei portare Andrea, ma fino ad ora non mi sono mai fidata. Il mio compagno di cordata mi dà una sorta di benedizione.

Il mese dopo cambia tutta la mia vita (ancora una volta…) e a livello arrampicatorio scivolo lentamente nel falesismo più puro, e nella mancanza di emozioni, in roccia e non.

Marzo 2015
Chiara mi propone il Manolo per la nostra infrasettimanale arcense di giovedì. Come dirle di no! Sono anni che aspetto l’occasione per ripetere questa via!
Settimana strana, pesante, pensierosa, impegnata. Sono davvero stanca, ma così contenta. Solita gardesana, un po’ di traffico, un po’ di musica, arrivo in piazza ad Arco e nel parcheggiare al sole rischio di investire Chiara che sta uscendo dalla macchina. C’è un vento che mi porta via…. ma tanto scaliamo in diedro! che bello, in giro non c’è nessuno, solo gente in giro per faccende, ti fa quasi sentire fuori posto.
Saliamo i primi tiri dell’Airone Cenerino per evitare il pietoso canale della via originale. Parte Chiara. Tiri vagamente orrendi, duretti e di roccia non certo strabiliante. Ne ho un ricordo da quella giornata sulla Kerouac. Pioggerella di sassi spostati via dalle cenge dal forte vento. Spero solo che uno non mi prenda le mani…. solo qualche tic tic sul casco, niente da dichiarare.
Bon, il primo tiro del diedro tocca a me. Parto. Cambio registro subito…. torno al registro “via alpinistica”, solo che non so se ricordo bene come si fa. Ho un vago ricordo di come si cercano la linea e i passaggi, che non cerchi lo spit ma scruti dove è meglio passare per non trovarti incrodato qualche metro sopra a non saper come proseguire. Il tiro diventa sempre più bello salendo, la roccia si fa rossa, l’ambiente è bellissimo e maestoso. Mi ricordo quanto mi è sempre piaciuto l’ambiente aspro e selvaggio, anche opprimente.
Vedo una sosta alla mia dx e la salto, sarà una calata…. poi inizio a preoccuparmi, dovrebbe esserci la sosta, e non c’è. Vedo una scritta sulla roccia sopra di me, traversino delicato, arrivo e niente. Niente chiodi, solo roccia smarza. Allora ho sbagliato, dovevo sostare sotto!!!! Non mi fido a continuare, non ho altro materiale in caso debba attrezzare una sosta. Ne attrezzo una qui, spuntone e due friend. recupero Chiara. Che va oltre. La comoda sosta era 5 metri sopra. Errore da dilettante. O da ripetente ignorante, che ha dimenticato le lezioni passate.
Parte per il tiro chiave. Lo supera senza esitazioni, è davvero diventata brava, non solo come scalatrice, ma come alpinista. Ha una sicurezza che mette tranquillità, un’esperienza maturata qui in valle che tutti le invidiamo, determinata come nessuna donna che conosco. Passa il chiave, sorride tranquilla e va oltre. Quando tocca a me, uso lo stesso metodo e da sopra mi suggerisce di fare una dulfer ignorante, per cui butto i piedi a sx, mi trovo in orizzontale e con un colpo di spalla sono su. Grazie Pietro per gli allenamenti al pannello….

Tocca a me, parto ma dopo 2 metri capisco che non è cosa… lascio a Chiara il piacere di salire i tiri centrali del diedro, lei se li può godere più di me oggi, questo deve essere il suo giorno del diedro, sta così bene, è semplicemente contenta di essere qui a ripetere una via che due anni fa aveva fatto da seconda. E’ sicura e scala senza sbavature. Invece io sento che la parete che così tanto mi piace mi sovrasta, che è più forte di me, che io sono piccola e cerco di sopravvivere dentro di lei. So bene quello che devo sentire quando gioco con la parete, dialogo con la linea e mi sento bene. Mentre salgo da seconda penso al messaggio di Sandro della sera prima: non è difficile. No, è vero. Non è difficile, è che devo ricostruire la testa e che ci vorrà un po’, magari non molto, magari già la prossima via. Rimandata.
Arriviamo al termine del diedro vero e proprio, vado io sul tiro di V+ finale, più vicino a quello che scalo normalmente, il muro. tutto bene, mi invento la linea, mi diverto a cercarla e a proteggere dove serve e nkin di più. Momento di terrore all’uscita sul friabile, film che scorrono nella mia mente in un decimo di secondo, recupero il controllo, azzero tutti i pensieri per poter fare quell’ultimo passo sul niente per rimontare sul terribile terrazzo crolloso di terra arbusti e sassi. Abbraccio un albero che è l mia sosta di salvezza….

Poi si, tra donne, in cima, si mette via tutto con calma, si scende chiacchierando come se fossimo in giro per negozi, si fa un po’ di gossip, si parla di materiali e scarpette, di amici comuni. Si come se fossimo andate a farci una passeggiata sul lungolago.

La mattina dopo mi sveglio con un’ondata di emozioni, ho bisogno di lasciarle andare, la giornata l’ho vissuta in modo così intenso che ora ho troppe cose addosso. E la decisione su cosa fare domenica pende sulla mia testa, ma in cuor mio so già che questa cosa del diedro in qualche modo deve essere riparata subito. Mi sento un’anima in pena… ma in fondo, una luce piccolina c’è.