Castel Presina – Una via per Zeno e Eldorado

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Una giornata piena di roccia, di fatica, di divertimento, quello che ti viene dall’impegno e dalla condivisione di una bella via.
La mini vacanza a Kalymnos ci ha fatto solo per poco assaporare come si sta quando il tempo si ferma sulla parete e le incombenze, il lavoro e le preoccupazioni restano nel mondo altro, quello che tocca vivere quotidianamente ma che per un po’ è come se cessasse di esistere. Quel mondo che resta come i panni ad asciugare per tutto il tempo in cui noi siamo appesi tra uno strapiombo e l’altro finchè non saremo in cima. Abbiamo bisogno di sospendere il tempo del quotidiano ed essere solo noi, la parete, la via.
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Forse la scelta non è tra le più intelligenti perchè fa caldo ormai per andare a Castel Presina, ma c’è quella via che ci piaceva tanto, l’avevamo vista incontrandovi all’attacco tempo fa Fabio e Giuseppe, i miei amici di Milano, mentre noi andavamo a salire Sognando una bionda.
Una Via per Zeno si snoda tra gli strapiombi rossi, ben chiodata ma fisicamente impegnativa: divertente, in poche parole. A questa decidiamo di unire la vicina Eldorado, un po’ più facile e un po’ più breve. In totale fanno 12 tiri, circa 320 metri.

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Rompiamo il solito schema e per una questione tattica parto io sul tiro iniziale di 6c: sono più veloce di Sandro a scaldarmi, e inoltre preferisco lasciare a lui il secondo tiro dove c’è un passo in A1. Il prode alpinista è molto più agile con le staffe, io al massimo proverò la libera da seconda. Infatti. Lui staffa agilmente e da poco sopra, dalla sosta, mi suggerisce la valida presa per uscire dallo strapiombo, che da sotto non vedo. Senza tanto cincischiare mi accartoccio con una gran chiusura di braccia e gambe e lo raggiungo in sosta.
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Due estetici tiri in traverso portano ad un bel diedro a buchi, ne esce un lungo e divertente tiro (50 metri) che conduce ai due tiri finali sul grigio, un po’ di vegetazione qua e là. Due lunghezze non particolarmente degne di nota, se non per un ultimo passo duro dove stavolta cedo alla fettuccia che mi penzola davanti alla faccia, una vecchia “cinghia di tapparella” che penzola da un chiodo. Tento di rinviarla, ma non riesco a posizionarmi e allora la prendo in mano, mi tiro su e rinvio. Provo poi in libera, un boulder piuttosto secco.
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Merenda nel bosco sommitale, sentiero, discesa, e torniamo alla base della parete in tempo per qualche tiro all’ombra. Tocca a Sandro, per fortuna. Il primo tiro (6a+) ha una partenza con un tetto che prevede una trazione con conseguente tallonaggio ad altezza orecchie, faticoso ribaltamento e prosecuzione su svasi. Una roba un po’ da uomini, penso. Salta su elegantemente e se ne va rapido verso la sosta. Cerco di ripetere i suoi movimenti, un po’ meno elegantemente, ridacchiamo un po’ in sosta, e poi cerco la concentrazione per il tiro successivo, il tiro che vale la via. Continuità, esposizione, buchi da cercare…. è bellissimo e sono contenta di passare a vista, la sosta me la guadagno metro dopo metro con le braccia che ormai iniziano ad essere stanche, cercando quindi di usufruire dei riposi come meglio posso. Arrivo alla catena talmente alla frutta che fatico ad aprire il moschettone e fare il barcaiolo…
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Molto bello anche l’ultimo lungo tiro, roccia aderente grigia.

2 litri di acqua oggi sono stati appena sufficienti a non farci disidratare.
Siamo contenti di questa giornata, di questo assaporare il tempo in un posto che almeno oggi non brulicava di gente, solo noi nell’arco dei due km di parete. Il piccolo privilegio del fuori stagione.

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