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Distanze e dimensioni. I 5000 – oltre la soglia.

Riflessione ripresa oggi, aspettando di andare a Salò per i 1.500 in pista. Continuano le riflessioni sulla corsa, o meglio sulle dimensioni che la corsa mi ha aperto.
Sono i 41 minuti dei 10k, sono l’ora e trentatre della mezza maratona, sono i 5 minuti e rotti dei 1500 in pista.

E’ sempre il limite.

i 10k su strada sono briosi, divertenti, segui il percorso, guardi le persone, le superi, le tieni davanti finchè ti “servono”, giochi con il tuo respiro e con il tuo cuore, sempre un poco sotto la soglia anaerobica. Non troppo nè troppo poco. I 10k per me sono la gara “sul filo del rasoio”.

La mezza maratona. Corri con te stesso o quasi. Ma non nei primi km, quelli in cui “ti piazzi” e conosci chi ti sta intorno. Cerchi riferimenti, cerchi il tuo ritmo. Poi crisi e stringi i denti, poi sete, poi sprint? no, presto. Incitamento dell’ultimo km, cerchi dai accelerare, arrivi sfinito, svuotato di lucidità, hai dato l’anima e dal mondo chiedi solo un po’ di riposo. La mezza ti consuma lentamente, è meditazione, è pazienza e poi tenacia. E’ regola.

I 5000. Non ho ancora gareggiato su questa distanza, ma l’ho provata una mattina in pista. Parto guardando il vecchio orologio a bordo campo, che segna un’ora qualunque, innocente, una cosa tipo 8:43 del mattino. So che intorno alle 9.10 sarà tutto finito, è una cosa di circa 20 minuti. Mi guardo intorno in questa bella e calda mattina di sole, non c’è nessuno, l’anello rosso è mio, ma è più bello nel tardo pomeriggio quando è animato di ragazzi pieni di vita che si allenano. L’atletica leggera è bella. Ma io sono qui fuori orario, come mia consuetudine, e dell’atletica  prendo solo la determinazione personale, e non la condivisione, l’incitamento, il colore di cui si riempie la pista. Cincischio con i piedi guardando le placchette che segnano il posizionamento degli ostacoli, nella zona tribune. Penso al gesto antico  e bellico, e insieme arcaico, da cui nascono le discipline dell’atletica. La sua semplicità la rende classica, sempre bella e al tempo stesso sempre fuori moda.

Anche io sono fuori moda. Da quando ho ricordi.

Un po’ con questi pensieri lancio un’ultima occhiata al vecchio orologio mentre mi dirigo all’arrivo. Accendo il gps, lui aggancia il segnale, posso partire. Esito perchè so che sarà un’apnea di 20 minuti.. solo 20, così tanti.

Inizio a correre e sono buttata in un’altra dimensione, che non ho mai esplorato. Oltre l’aerobico.

12 giri. Il primo, ok. Anzi no, troppo veloce. Ignorante!!!! Rallento un po’, ma ora che ho visto che posso stare sotto i 4 al km non mollo i 3′ 47” che mi sono guadagnata con la mia partenza brillante. 2 giri, e avanti. Una lotta senza fine, sempre sul filo del limite, forse un po’ oltre. 2km. Iniziano gli appigli mentali: dai che sei quasi a metà. Non pensare al “quasi”. E’ fatta. Doopo la metà non ci si ferma, è un mio mantra, la seconda metà è sempre meglio della prima perchè ne vedi la fine. 8 minuti, dai, passano via, su, no sono condannata a correre, a stare male, non è jogging mi avete ingannata, perchè si deve soffrire? Perchè alla fine avrò il mio numerino di riferimento, solo per me. Il respiro sempre più intenso, sempre però regolato sulle gambe: da quando sono ragazzina, sempre la stessa melodia quadrata nella corsa: gamba destra – inspiro, gamba sinistra, inspiro, gamba destra espiro, gamba sinistra espiro. Manca solo 1k e mezzo. Mollo, dai. tanto… No cavolo non mollo! Devo scrivere il numero finale a Barbara che ho incontrato questa mattina, cosa faccio, le dico che mi sono arresa??? Che non sono stata capace di correre 5k??? No, anche se lenta, arrivo alla fine. Ma perchè dovrei arrivarci lenta, tanto soffro lo stesso, allora tanto vale tenere il passo. Dai, 2 giri ancora. Come una ripetuta di 800 metri, le prime che facevo quando ho iniziato a darmi un programma (mai seguito, ma fa niente). Ultimo, quello dove si da tutto. Si ma 400 metri sono tanti, non è così facile accelerare e mantenere. La schiena si apre, i muscoli dell’inguine sembrano essersi scollati dalle gambe, corro con gli occhi socchiusi per non vedere quanto ancora manca. Ultima curva, gli ultimi 100 metri sono eterni, caldissimi al sole delle 9 di mattina che impietoso batte sull’anello rosso. Ho finito la mia prova, rientro nella realtà.
19.20.

Vuoto. finito. Rientro nella dimensione dell’ordinario. Che viaggio….

Raccolgo le mie cose e me ne vado, stordita. Ho scoperto cosa c’è oltre la soglia.

Calma, costanza, tenacia (Bossoni Half Marathon)

Quando vengo a sapere che il 28 maggio sarò a casa da sola perchè Sandro è impegnato con i ragazzi della spedizione Arrampicande, inizio a pensare che potrei tentare la mia prima mezza maratona, la Bossoni Half Marathon di Orzinuovi. Certo, a fine maggio farà caldo, ma la prendo come un test, anche perchè non ho il tempo di prepararla come si deve, mancano solo 3 settimane.

Parto con le mille raccomandazioni di Barbara, e anche Gabriele ci mette le sue: parti piano, se ce la fai allunga alla fine, gli spugnaggi, i ristori, bevi, bagnati. Registro tutto. Su questa distanza a me ignota non voglio sbagliare, vedo la possibilità di un ritiro troppo concreta.

Parto da sola, gli altri sono a gareggiare al Monte Zovo, una bella e dura gara di trail. Ritiro il pettorale, consegno la borsa e inizio a corricchiare in souplesse , mentre la maggioranza è in cerca di un po’ di ombra. Non c’è la frenesia che ho visto alle 10km. Vado a bagnarmi la testa, la mia massa di capelli così servirà a tenermi un po’ al fresco.

Sotto il solleone che già ti fa venire voglia di scappare mi metto diligentemente alla linea di partenza, senza la ressa e gli spingi-spingi finali che ormai ho capito far parte dello spirito 10km. Individuo LEI. Fisico da maratoneta, una decina di anni più di me, seria e composta. L’essenza di una vita passata a correre. Lei ha vinto tanto, lo so senza nemmeno rivolgerle la parola.

1. Calma. Bam. lo sparo. Partiamo. Nella folla, LEI parte forte, io mi faccio un po’ trascinare, poi mi ricompongo, comunque la vedo sempre, un po’ davanti a me. Corre come i kenyani. Corro con altri, Maglietta Arancio 5 passi davanti a me per 5 km, mi da il ritmo. Sto tenendo i 4.20 (a parte la partenza un po’ sotto i 4…). Tutto sommato sono contenta della mia “partenza intelligente”. Mi viene in mente la partenza intelligente di cui parlano al telegiornale e mi distraggo con pensieri che mi fanno sorridere, così per un po’ non penso alla corsa.

Ristoro dei 5k, prendo un bicchierino bevo un sorso e il resto me lo verso addosso, i più furbi invece hanno una bottiglietta. Dopo me la faccio dare anch’io. Maglietta Arancio rallenta. Allora seguo Canotta Rossa. Sempre 5 passi davanti a me. Media dei 4.22. Salitella antipatica al settimo km e poi arrivano le sospirate spugne. Mentre corro mi cospargo di acqua. Bella questa cosa che ogni 2-3 km succede qualcosa, aiuta non solo fisicamente, ma anche psicologicamente a dividere il percorso in piccole sezioni….

2. Costanza. Decido di tenere questa media, vado il più possibile intorno ai 4.20-25, respiro cadenzato con il passo, monotono come lo è un po’ questo percorso. Cerco di pensare a qualcosa di diverso dalla corsa, e penso a Sandro che è chissà dove in val Daone, non sapeva nemmeno lui che via avrebbe salito. Così non posso nemmeno tenere il conto di quanti tiri gli mancheranno, non so proprio dove sia. Canotta Rossa è una certezza, anche lui corre regolare. Mi supera uno che si mette tra me e Canotta, proprio appiccicato. Continua a sputacchiare e mi devo spostare per evitare i suoi sputi. Maleducato, che schifo. Per fortuna dura poco, lo supero. Non si fa così, eh. Ad un certo punto LEI però diventa più vicina. No, dai tu dovevi….. niente, resta dietro di me. Mi riprenderà, sono certa.

Altro ristoro, chiedo una bottiglietta e la ragazzina mi dice si, aspetta un attimo eh. capisco che non sa dove prenderla a un metro da lei, niente, le dico ciao e prendo 2 bicchieri. Metà gara, ok ora entro nella comfort zone: mancano 10 km, so cosa sono, mi impongo di pensare che non sono molti perchè li faccio almeno 3 volte a settimana, devo solo dimenticare che ne ho già corsi 11. Al prossimo spugnaggio chiedo due spugne con gli occhi da “la prego sia gentile”.

E al prossimo ristoro anche io mi guadagno la mia bottiglietta, la tengo come una staffetta in mano così nel giro di un km riesco a sorseggiare un po’ e bagnarmi ripetutamente. Ho i brividi alla testa quando mi verso l’acqua. In giro da qualche parte supero Canotta Rossa. All’arrivo gli dirò che l’ho usato, e mi risponderà che anche lui mi ha usata.

3. Tenacia. Mancano 7 km e le illusioni che mi ero fatta all’undicesimo iniziano a vacillare. I 14 già corsi si sentono, altro che comfort zone. Da ora in poi devo stringere i denti per tenere il ritmo.

Ad una curva a gomito sento uno in bici incitare Loretta. Eccola! Era lei allora ad essere partita con LEI… sono in due. Si avvicinano…. Si avvicina anche il traguardo, ma dopo il 17° è tutto durissimo. Tengo il ritmo ma con lo sforzo di accelerare. Il caldo si fa sentire impietoso. La strategia della costanza mi sta ripagando. Al diciannovesimo vorrei mollare tutto. A nulla mi serve pensare che è come in Gavardina all’altezza del carroponte di Mazzano (2km esatti da casa, e di solito allungo). Ho finito i pensieri. Cerco di aggrapparmi a qualche ricordo, qualche persona, ho paura di perdere lucidità, mi ci aggrappo. Supero le due donne non perchè io aumenti ma perchè loro, forse sopraffatte dal caldo, calano lievemente. Un’altra è davanti di qualche decina di metri, ma se cerco di aumentare il passo stramazzo.

800 metri…. un segnalatore del percorso mi dice che sono terza. Ah????? L’ultimo bagliore di grinta lo uso per tenere ancora il passo, aumentando lievemente. Arriva una ragazza in bici, mi dice 350 metri, mi incita… guardo dietro, una donna a poco da me, ma anche lei non aumenta più il passo, quel che è fatto è fatto. 30 metri al traguardo, vicino ma non è ancora lì. Dai… sento chiamare il mio nome dallo speaker che dice: ecco la terza… Eva Grisoni, Atletica Rezzato. Il pubblico fa il tifo. Vado incontro alla linea… non ho la forza di nulla nemmeno di togliere il chip dai lacci delle scarpe, non mi riesco a piegare. Mi chiamano per la foto del podio, dicono brave, ci fanno mettere in posa e siamo stremate.

Acqua subito, sotto il tendone dell’arrivo. Chiacchere con gli altri arrivati più o meno insieme, poi vado in palestra per il ristoro e la doccia.

Sola. Chiamo Barbara. Le racconto, lei aspettava. Vorrei chiamare Sandro ma è da qualche parte in parete. Spero che vada tutto bene. Premiazioni, emozione.

Attimi di felicità, di soddisfazione per aver raggiunto qualcosa di inutile ma che ci fa stare bene. In fondo non è nulla, non saremo mai campioni di nulla (parlo per me), e se anche lo fossimo? Non siamo per questo persone migliori, siamo solo bravi a correre, o a scalare. Il mondo non migliora perché siamo bravi sportivi, e forse nemmeno la nostra vita quotidiana. Sono solo momenti effimeri, fuggevoli, di egoistica gioia che però fanno parte in modo importante della vita: mi stupisco di come siamo legati all’inutile, ognuno nel suo modo. Ma forse sono ancora poco lucida per una riflessione su questo.

10mila della Pieve, Gussago

Pensavo di scalare, oggi. Dopo la scorsa settimana in Friuli passata con amici a visitare ogni giorno una falesia diversa, mi era tornata voglia di dedicarmi all’arrampicata, poi Sandro si deve allenare….

Giovedi sera girano messaggi whatsapp per la 10km di Gussago, di cui non sapevo assolutamente nulla. Capisco ancora poco di calendari Fidal, tornei, trofei e i sito con i calendari delle manifestazioni sono tanti. Barbara, la vera guru del gruppo master del G.S. Rezzato mi comunica che, per non saper nè leggere nè scrivere, mi ha preiscritta, e che se no mi va o non posso andare, posso farne tranquillamente a meno.

Quand’è così…. scalerò un’altra volta. Oltretutto nel primo pomeriggio Sandro deve intervenire alla Festa dei Popoli e non saremmo comunque andati lontano.

Improvviso un allenamento di ripetute la mattina successiva, mi fiondo in pista appena finisce di piovere, giusto per ricordarmi come si fa un 1000 veloce. Riscaldamento, 4xmille con recupero in corsa, defaticamento, doccia, lavoro.

RItrovo stamattina al GM Bar alle 8:00, così salutiamo le runner che vanno a bere il caffè del dopo allenamento e andiamo verso Gussago. Io, Lucrezia, Melania con Gian. Là troveremo Daniele.

Lucrezia ed io andiamo al campo sportivo sbagliato.

Mettiamo il navigatore e troviamo quello giusto. Ci leviamo di torno una tipa insistente che cerca di venderci integratori e andiamo a ritirare il pettorale.

Mi sento un po’ oppressa oggi. Mi sembra di vedere intorno a me solo gente fortissima. Le squadre più blasonate e i loro atleti bellissimi luccicanti e sorridenti. Cerco di mandare via quella ragazzina insicura che guarda gli altri da sotto in su, e ritrovare l’atleta che voglio essere. Sono con la mia amica Lucrezia, ho la mia canotta azzurra della squadra, la mia squadra.
Ci posizioniamo dietro la linea pressati come sardine.

Allo sparo si parte indiavolati, io sono nel mucchio di quelli forti, come al solito mi lascio trascinare come un animale ignorante e dopo i primi 500 metri il Polar  segna che sto andando a 3,20. Noooo! sto sbagliando, ma l’animale ignorante non riesce a rallentare perchè non sopporta che altra gente intorno vada più veloce. Stupida…. rallento, poi arriva la salita e poi curve, poi discesa, che casino di percorso. Mi assesto su una velocità di 4′ al km, quanto sarei brava se riuscissi a tenerla fino alla fine, ma poi arriva un tratto in piano al sole, o forse una lievissima salita, sono molto affaticata.

Mi superano un paio di donne, poi altre 2. Non mi arrabbio con loro ma con me che oggi sto proprio sbagliando tutto. Le due donne si mettono davanti a me al mio passo e corro un po’ con loro, poi sotto il sole cocente perdo un po’ di velocità e non le vedo più. Se poi sapessi almeno dove sono i cambi di pendenza….

km 6. Ho caldo, ho sete, c’è un ristoro ma come al solito lo ignoro, vedo uno che beve ma so che se lo faccio perdo il passo e sicuramente l’acqua mi farebbe male. In ogni caso, sto male. Lo stomaco sembra una bolla di sapone che lievita dentro di me.

Rallento ancora un pochino, non molto ma il tanto che basta per riprendere un po’ di fiato e ironia della sorte dopo poche centinaia di metri, quando torno a spingere, ecco di nuovo la dannata ultima salita. Km8. Sono stufa di combattere, non mi sto divertendo neanche un po’.

Basta, non gareggerò più. Se fossi in falesia con Sandro a questo punto pianterei il capriccio del “non scalo più” per aspettare un abbraccio e farmi passare il broncio. Invece sono qui da sola al caldo e attorno a me è pieno di gente sudata e indiavolata che corre sento intorno a me respiri affannati come il mio, un paio di ritirati camminano e un po’ li invidio e un po’ penso a Barbara che mi ha iscritta, alle mie compagne di squadra che anche loro stanno soffrendo come me da qualche parte sul percorso (magari però sono state più furbe di me in partenza).

Allora stringere i denti, come quando in parete su una via poco protetta non ne hai più ma sai che se cadi ti fai male seriamente… tiro fuori quella grinta, quella che se molli sei morto, per cui non si molla ma si va avanti. Ultimo km, ultimi 800, inizia ad esserci un po’ di pubblico, 400 metri, poi il gonfiabile dell’arrivo… ancora 100 metri, vedo la bionda davanti a me ma più di così non posso correre, vai cara, te la sei meritata una posizione più della mia.

E’ finita.

Sono finita.

Butto il chip nella cassa e vado al ristoro a bere.

Non sono contenta, sono solo contenta che sia finita, poi il mio tempo non lo so perchè ho dimenticato di stoppare il polar, l’ho fermato dopo che ho tolto il chip. Fa niente, erano tutte davanti a me, tanto.

Mi riprendo, vado ad aspettare Lucrezia verso l’arrivo, la trovo grondante anche lei, ci abbracciamo e cerchiamo Melania. Mangiamo, beviamo, e andiamo a vedere i tabelloni.

Impossibile, devo aver letto male, è scritto piccolo…. ma cosa ci fa quell’1 così vicino al mio nome… 1a SF40. tempo: 41′ 48”. Ci abbracciamo, mi abbracciano, sono contenta, ricontrollo che non si sa mai.

A questo punto urge una doccia, poi le premiazioni, e Lucrezia resta con me.

Il prato verde, il sole, la prima giornata estiva, i sorrisi…. tutto lentamente riprende forma insieme al mio affaticamento che mano a mano scema via.

Il premio più bello è il calore umano di chi mi sostiene: Sandro, la mamma che oggi è la sua festa, le mie compagne di squadra.

Grazie.

Rock’n’run

La Maddalena, come un tempo fu la Grignetta, è un po’ il mio rifugio. E’ la palestra a  cielo aperto dei bresciani: cammini, corri, sali in bici, scali, c’è anche gente (quei pazzi! – ironico) che ci si lanciano con il parapendio.

Ecco, oggi sono tornata in Maddalena, era da un po’ che non venivo a scalare qui, dallo scorso novembre quando con Sandro qualche volta siamo fuggiti dalle nebbie di Brescia per goderci qualche ora di piacevole arrampicata al sole.

Mi ha sempre fatta stare bene, la Maddalena. Le corse su e giù fino al Grillo la mattina presto, poi quella sera in bici, poi tante arrampicate in 9 anni di attività verticale.

E oggi, che Sandro è impegnato ad assicurare in palestra le giovanissime promesse dell’arrampicata sportiva, Gabriella ed io ci sentiamo e ci organizziamo. E’ lei a propormela. CI guardiamo e ci chiediamo chi delle due debba andare a mettere i rinvii su Yellow Bag. Chissà perchè ma questa scenetta me l’ero immaginata, dato che entrambe scaliamo solitamente con i morosi, e si sa che i morosi hanno quell’antipatica (ma comoda per noi) tendenza a proteggerci, quindi di solito salgono loro per primi. Bene parto io.

Odio Yellow Bag perchè è untissima… visto che è da parecchio che mi alleno in palestra ma non scalo su roccia salgo con l’eleganza di un bruco storpio. Però chiudo il tiro. 6a politico. Sale Gabriella e lo chiude anche lei, ma decidiamo entrambe per un altro giro, per raddrizzare le gambe al povero bruco storpio che è in noi e poter salire con un po’ di dignità la temutissima Non Baciatemi. 7a. Così è.

SI va be, ma non sto mica parlando di arrampicata…. no. Sono finiti i tempi in cui la domenica era consacrata tutta quanta alla pietra, al grado, alla prestazione. Quei tempi mi hanno salvata, ma poi è giusto guardare avanti. Io e la mia amica oggi siamo qua a raccontarcela tra un tiro e l’altro senza uomini che hanno fretta e ti tolgono i rinvii dall’imbrago quando ancora hai su le scarpette. Ridiamo un po’ di loro, chiaccheriamo senza inanellare ripetute a tempo record (anzi). Una parte della me stessa di prima mi rovina il gioco…. riprovo Non baciatemi, finalmente ho capito come si risolve ma la vorrei chiudere. Errore: parto con l’aspettativa. Il respiro si fa corto, i muscoli sono contratti, salgo fino al maledetto passo bofonchiando sotto lo strapiombo. Mi faccio calare, non è così che si sale.

Aspetto un po’ e risalgo, lancio alla pinzettina ma ormai sono troppo stanca e non la tengo. Fa niente, ho scalato bene oggi. Sarà per la prossima volta.

Siamo contente di questa bella mattinata. SI sta bene in primavera…. Non ho chiuso il tiro, pazienza. In realtà non me ne importa granchè.

MI ritrovo da sola in macchina e decido: parcheggio a Rezzato, ho con me pantaloncini e scarpe… non passo nemmeno da casa e vado a correre sul naviglio. Immagino già famiglie in passeggiata, ciclisti e runner ad animarla, c’è il sole e sarà diverso da come lo vedo di solito. Mi cambio e parto, dovrei fare un lungo di 11 km a ritmo sciolto, parto un po’ come capita senza badare più di tanto al ritmo, più che altro infastidita dal vento contrario. Quando prendo il giro giusto del passo decido il punto di arrivo per girarmi, mi giro e mi trovo finalmente a correre con il vento favorevole. Come previsto la piacevole stradina è frequentata, ma non affollata, da famiglie e ciclisti che scendono da qualche giro. Runner, nessuno. In effetti è insolito correre la domenica pomeriggio. Il ritmo è variato da 4.45 al km dell’andata a 4.20 ora con il vento favorevole. Concludo così 12 km a 55 minuti! Sono un po’ sorpresa …. non me l’aspettavo.

E’ stata una bella domenica, è primavera e c’è una temperatura stupenda. Aspetto Sandro, ho voglia di sentire il racconto della sua giornata e decidere insieme dove scalare domani mattina, ce la siamo presa entrambi libera per compensare questa domenica separati.

 

… so run, baby run!

 

Run baby run, Sheryl Crow

Un passo dopo l’altro, una falcata dopo l’altra, dimenticando quelle prima, senza pensare a quelle che ancora mancano per tornare a casa, un po’ come perdere una parte di se, lasciarla proprio a casa, e sentire solo il ritmo del fiato e dei piedi, con le braccia che seguono. Corsa che diventa ritmo in cui ti perdi in una sorta di meditazione.

Correre.

L’allenamento più semplice e naturale del mondo, quello per cui infili le scarpe, esci di casa, scegli un giro e lo fai. Senza compagni di cordata, senza ingressi da pagare e orari da rispettare, code in tangenziale…

Correre.

La fatica dell’uscire di casa, la noia del riscaldamento, che poi diventa ritmo, poi la voglia di spingere, la fatica e la tenacia nell’aumentare il ritmo e mantenerlo, il relax di una doccia e il tiepido abbraccio di un caffè.

Da ragazza ogni tanto uscivo di casa per una pausa dallo studio, mi addentravo (ci voleva poco all’epoca) nella campagna di Rivoltella del Garda, arrivavo a Montonale, poi tornavo. Con la mia migliore amica del liceo, Elena, lei si che era un’atleta vera, per qualche tempo abbiamo partecipato alle gare non competitive della zona. Mi piaceva tantissimo. Facevamo tra i 5 e 6 km, correvamo insieme, poi lei si dedicava alla vela e correva qualche triathlon, mentre io studiavo filosofia e di nascosto invidiavo il suo vivere nello sport. Ho dovuto mollare la corsa perché non riuscivo a togliere di mezzo dei dolori intensi al menisco, all’inguine e a volte fin giù, alla caviglia. Ho pensato solo “non posso correre”.

Poi chissà perché. Da quando abito a Rezzato ho cambiato tante abitudini. Ho iniziato a vivere la mia nuova casa nel vero senso della Heimat. Ho voglia di abitare, anche nel mio sport. L’anno scorso durante l’estate tante volte sono partita da casa di buon’ora e sono salita a Serle in bici, poi ha iniziato a fare fresco per le discese a 50 km/h e sono andata alla scoperta della Val Verde e della Valle di Virle con camminate che rasentavano la corsa tranquilla. Poi è arrivato il Generale Inverno e la mattina i sentieri erano ghiacciati. Ho riprovato a correre in piano, dapprima cercando lo sterrato, poi timidamente riaffacciandomi all’asfalto, il duro e cattivo asfalto che 18 anni fa mi aveva respinta.

Toh…. guarda??? niente più dolori. Dicembre 2016. Inizio a correre un paio di volte a settimana così, tanto per completare l’allenamento dell’arrampicata, perché scalare senza fare esercizio aerobico fa male.

Riscoperta.
Ritrovare la corsa su strada è stato un po’ come ritrovare una parte di me stessa ragazza, quella che ho lasciato con Elena e le non competitive della domenica mattina. Quella ragazza che voleva essere sportiva ma ancora non ne aveva gli strumenti, che nella vita ha dovuto passare per tante prove di tutti i tipi per potersi conoscere meglio. Quella ragazza che ora sta per suonare i 40 anni, che dopo tutte queste prove forse ha capito un po’ come destreggiarsi nel dedalo della vita.

Correre è ora per me lasciare il torpore della casa tiepida, salutare Sandro e prepararmi… a gennaio, con temperature di -3 era davvero dura!!! (ora almeno questo sta migliorando, 6-7 gradi alle 8 del mattino mi sembrano un gran lusso!) . Esco, accendo il gps del telefono, e via per 10-12 km. Niente tabelle, mi sto ancora conoscendo come runner e non voglio farne una fissa scientifica. Sono spartana io.

La prima volta che esco con un po’ di impegno vedo che corro 10 km in 52 minuti. Un mese dopo sono 50. La settimana scorsa, 48.

Questa mattina ho fatto una cosa diversa.
Non sono andata a scalare come ogni santissima domenica dal 2008 ad oggi. Mi sono iscritta ad una gara non competitiva nel quartiere di San Polo. 10k. Ho bisogno mentale di uscire dall’arrampicata, di spezzare il solito ritmo.
Mi sono riscaldata, sono partita gagliarda…. poi ho trovato un buon ritmo di crociera, poi ho cercato di accelerare, e al cartello del km 9 ho detto ora o mai più, e via, di corsa verso il traguardo. A 200 metri all’arrivo ho rivisto la schiena fucsia di una tizia che mi aveva superata al km 2, l’ho avvicinata ma non l’ho raggiunta. Al traguardo mi hanno fermata due signori, uno  mi ha scattato una foto, l’altro mi ha chiesto il nome….io intontita dalla fatica non capivo… ah. Con i miei 45′ 16” Sono arrivata SECONDA DELLE DONNE!!!

Sono stata così felice solo dopo aver chiuso il mio primo 7a.

Una cosiddetta tapasciata, una non competitiva di quartiere a scopo benefico (399 partecipanti, comunque!), ma era la mia prima corsa e si, sono stata davvero felice.ene
Beh. A questo punto ci vediamo alla BAM, correrò la Brescia Ten. La prima garetta mi è piaciuta molto, vedremo come sarà correre con altre migliaia di persone intorno 🙂