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… so run, baby run!

 

Run baby run, Sheryl Crow

Un passo dopo l’altro, una falcata dopo l’altra, dimenticando quelle prima, senza pensare a quelle che ancora mancano per tornare a casa, un po’ come perdere una parte di se, lasciarla proprio a casa, e sentire solo il ritmo del fiato e dei piedi, con le braccia che seguono. Corsa che diventa ritmo in cui ti perdi in una sorta di meditazione.

Correre.

L’allenamento più semplice e naturale del mondo, quello per cui infili le scarpe, esci di casa, scegli un giro e lo fai. Senza compagni di cordata, senza ingressi da pagare e orari da rispettare, code in tangenziale…

Correre.

La fatica dell’uscire di casa, la noia del riscaldamento, che poi diventa ritmo, poi la voglia di spingere, la fatica e la tenacia nell’aumentare il ritmo e mantenerlo, il relax di una doccia e il tiepido abbraccio di un caffè.

Da ragazza ogni tanto uscivo di casa per una pausa dallo studio, mi addentravo (ci voleva poco all’epoca) nella campagna di Rivoltella del Garda, arrivavo a Montonale, poi tornavo. Con la mia migliore amica del liceo, Elena, lei si che era un’atleta vera, per qualche tempo abbiamo partecipato alle gare non competitive della zona. Mi piaceva tantissimo. Facevamo tra i 5 e 6 km, correvamo insieme, poi lei si dedicava alla vela e correva qualche triathlon, mentre io studiavo filosofia e di nascosto invidiavo il suo vivere nello sport. Ho dovuto mollare la corsa perché non riuscivo a togliere di mezzo dei dolori intensi al menisco, all’inguine e a volte fin giù, alla caviglia. Ho pensato solo “non posso correre”.

Poi chissà perché. Da quando abito a Rezzato ho cambiato tante abitudini. Ho iniziato a vivere la mia nuova casa nel vero senso della Heimat. Ho voglia di abitare, anche nel mio sport. L’anno scorso durante l’estate tante volte sono partita da casa di buon’ora e sono salita a Serle in bici, poi ha iniziato a fare fresco per le discese a 50 km/h e sono andata alla scoperta della Val Verde e della Valle di Virle con camminate che rasentavano la corsa tranquilla. Poi è arrivato il Generale Inverno e la mattina i sentieri erano ghiacciati. Ho riprovato a correre in piano, dapprima cercando lo sterrato, poi timidamente riaffacciandomi all’asfalto, il duro e cattivo asfalto che 18 anni fa mi aveva respinta.

Toh…. guarda??? niente più dolori. Dicembre 2016. Inizio a correre un paio di volte a settimana così, tanto per completare l’allenamento dell’arrampicata, perché scalare senza fare esercizio aerobico fa male.

Riscoperta.
Ritrovare la corsa su strada è stato un po’ come ritrovare una parte di me stessa ragazza, quella che ho lasciato con Elena e le non competitive della domenica mattina. Quella ragazza che voleva essere sportiva ma ancora non ne aveva gli strumenti, che nella vita ha dovuto passare per tante prove di tutti i tipi per potersi conoscere meglio. Quella ragazza che ora sta per suonare i 40 anni, che dopo tutte queste prove forse ha capito un po’ come destreggiarsi nel dedalo della vita.

Correre è ora per me lasciare il torpore della casa tiepida, salutare Sandro e prepararmi… a gennaio, con temperature di -3 era davvero dura!!! (ora almeno questo sta migliorando, 6-7 gradi alle 8 del mattino mi sembrano un gran lusso!) . Esco, accendo il gps del telefono, e via per 10-12 km. Niente tabelle, mi sto ancora conoscendo come runner e non voglio farne una fissa scientifica. Sono spartana io.

La prima volta che esco con un po’ di impegno vedo che corro 10 km in 52 minuti. Un mese dopo sono 50. La settimana scorsa, 48.

Questa mattina ho fatto una cosa diversa.
Non sono andata a scalare come ogni santissima domenica dal 2008 ad oggi. Mi sono iscritta ad una gara non competitiva nel quartiere di San Polo. 10k. Ho bisogno mentale di uscire dall’arrampicata, di spezzare il solito ritmo.
Mi sono riscaldata, sono partita gagliarda…. poi ho trovato un buon ritmo di crociera, poi ho cercato di accelerare, e al cartello del km 9 ho detto ora o mai più, e via, di corsa verso il traguardo. A 200 metri all’arrivo ho rivisto la schiena fucsia di una tizia che mi aveva superata al km 2, l’ho avvicinata ma non l’ho raggiunta. Al traguardo mi hanno fermata due signori, uno  mi ha scattato una foto, l’altro mi ha chiesto il nome….io intontita dalla fatica non capivo… ah. Con i miei 45′ 16” Sono arrivata SECONDA DELLE DONNE!!!

Sono stata così felice solo dopo aver chiuso il mio primo 7a.

Una cosiddetta tapasciata, una non competitiva di quartiere a scopo benefico (399 partecipanti, comunque!), ma era la mia prima corsa e si, sono stata davvero felice.ene
Beh. A questo punto ci vediamo alla BAM, correrò la Brescia Ten. La prima garetta mi è piaciuta molto, vedremo come sarà correre con altre migliaia di persone intorno 🙂

Stelle di polvere, coste dell’Anglone

Sono curiosa di leggere quello che sta scrivendo. Sandro, dico. eh si, ha ricominciato e a brevissimo sarà pubblico il suo nuovo sito: dopo la triste fine di sandrodetoni.com, risorge con sandrodetoni.org. Evviva. E ora, qui seduto a un metro da me, starà sicuramente scrivendo della via di ieri. Sarà curioso leggere la sua esperienza di quello che abbiamo condiviso.

Beh, ieri poi era il nostro secondo anniversario. Anniversario della prima via insieme, intendo. Ricordo come fosse ieri quando quella domenica mattina, l’ultima di gennaio, lo aspettavo a quel parcheggio, lo vedevo sbucare dalla nebbiolina gelida. Oggi è ancora più gelido.

A distanza di due anni, ora facciamo colazione insieme, prepariamo la roba e partiamo. Stessa parete di due anni fa, quando avevamo salito Oksana. Adesso ho in tasca la relazione per una salita ben più pretenziosa, forse troppo: Il Gigante. Sulla carta va benissimo, ma è da ottobre che non scalo in parete, e dovrei sapere quanto lo stesso grado in falesia o in via sono diversi.

Morale, dopo il primo tiro ci caliamo. Troppo pretenziosa così, in una fredda giornata di gennaio, quando solo a far sicura all’ombra degli alberi ci si congela, e il tiro che pensavo di 6b+ con un passo di A0 è un faticosissimo A0 in traverso con qualche passo di 6b+ qua e là. “peta ‘nàtimo”, non è ancora ora. Te l’avevo detto, io, quando ieri in un momento morto in negozio ho sfogliato la guida e tirato fuori altre due idee per oggi… ecco. Andiamo verso Stelle di polvere.

Attacchiamo alle 12.30 abbondanti. Parto io per questo breve e robusto primo tiro, un bel bloccaggio in strapiombo, divertente, atletico e freddo.
Seguono due insignificanti e brutti tiri di placca con roccia di dubbia qualità. Alla fine del terzo tiro ci chiediamo come possa FIlippi dare quattro, ben quattro stelle a questa via e giudicarla assolutamente consigliabile. Bah…. Poi i tiri diventano più interessanti. La via è piuttosto facile, e come prima salita dell’anno ti abitua subito a stare in campana ricordandoti che anche se è ben chiodata (almeno su questo il buon Filippi ci ha preso), non si è in falesia e la roccia va controllata. Il mantra di oggi è “occhio a quello che tiri”.

Nel complesso i gradi sono contenuti, la chiodatura a spit è sicura anche se in alcuni tratti distanziata. Ma la via resta da non sottovalutare per quanto riguarda la qualità della roccia. Interessante il quarto tiro, una placca non facile, e il tiro successivo per fessure, lunghissimo.

Per quanto siamo veloci, ormai il sole sta girando dietro la parete, e scegliamo di uscire per i due facili tiri della variante, che non superano il 6a+. La via originale va in traverso a sinistra ed esce per diedri di roccia compatta. La parete è ormai in ombra ed è tardi per impegnarci in questi tiri. Alla fine siamo fuori in poco più di tre ore, ma alle 16, quando riprendiamo il sentiero per scendere, già fa freddo. Superiamo il ponte verso Ceniga stando attenti a non scivolare sul verglass. Coppie di fidanzati si aggirano infreddoliti, la natura sembra completamente morta. Ci vuole ancora un po’ perchè la valle torni ad essere quel posto assolato, dove al rientro dalle vie bisogna stare attenti ai ciclisti, dove al rientro hai voglia di fermarti a bagnarti i piedi nella fontana poco distante dal parcheggio.

Ma si… ci siamo alla fine divertiti anche solo per il fatto di essere fuori casa, nella “nostra” valle in una bella anche se fredda giornata di sole. Cosa chiedere di più… per altre avventure più avventurose ci sarà tempo.

Sopra e sotto Mandrea… Pepita e Soleado

IMG_0032Autunno meraviglioso e ancora diversi giorni di ferie in arretrato. Il mix per potersi concedere ancora una mini vacanza, tra lavori di casa e un po’ di relax, due giorni ad Arco riusciamo a ricavarceli con immenso piacere.

Ecco quindi che ci si trova al solito a sfogliare la guida e a cercare sui soliti siti qualche bella via da scalare, indecisi tra un vione lungo e qualcosa di sostenuto ma più breve. In effetti le ore di luce ora sono ormai sfavorevoli, a 10 giorni dall’equinozio d’autunno… vada per due vie senza esagerare.

Sandro propone Pepita, una (la più facile) delle vie aperte intorno al 2009 da Ivan Maghella e Danilo Bonaglia sulla solitaria parete del monte Biaina, ai “piani alti” sopra l’altopiano di Mandrea (per la relazione: Scuola Graffer. E io propongo Soleado, via sportiva dai gradi sostenuti, sulla parete di Mandrea (ben più nota e ripetuta, comunque la relazione è sempre su Scuola Graffer). IMG_0008

Seguendo fedelmente le indicazioni per l’attacco, senza difficoltà ma su un terreno pochissimo battuto raggiungiamo in una mezz’oretta la piastrina che segna l’attacco della via. Decido di andare avanti io così da evitare il primo tiro di VII+, ma oggi sembra non essere giornata, scalo impacciata e goffa, metto buone protezioni ma non riesco a fidarmi. Mi calo sotto la fessura dopo aver più volte tentato il passo. Penso che per oggi lascerò il comando a Sandro, che parte e risolve il tiro senza esitazioni.

Secondo tiro: la roccia cambia: superato lo zoccolo del primo tiro, si scala su gocce, bellissimo traverso, diventa tutto più divertente. Il tiro dopo è facile e da proteggere, vado e mi diverto, l’umore migliora, e ritrovo la gioia del movimento. Bene… ora inizia la sezione più impegnativa, la sequenza dei VII e VII+. Tocca a Sandro un tiro dalla partenza iper tecnica, dove scalare è un impegno e un piacere insieme.

IMG_0016E siamo sotto il primo tiro di VII+, quello che volevo evitare…. ma abbiamo ripreso il ritmo alternato, quindi, vado. Bellissimo tiro dove il passaggio chiave è su tacche piccole e distanti, il tutto ben protetto da chiodi artigianali che visto lo spessore non lasciano dubbi sulla tenuta. E viene tutto bene… Altro bel tiro in placca per Sandro e poi tocca a me anche l’altro, forse il più continuo e faticoso della via, un bellissimo diedro fessurato con faticosa rimonta al termine. Molto divertente e di soddisfazione. Non banale il tiro di uscita, e viste le caratteristiche “esplorative” sono contenta che tocchi a Sandro!!

Esplorativa anche la discesa. Prendere verso destra dapprima in salita, poi seguire deboli tracce fino ad un canale. Una traccia continua, ma non è da seguire. Scendere invece per il canale (noi abbiamo fatto un paio di volte avanti e indietro), e sul lato sinistro, dopo un centinaio di metri di dislivello, si trovano le fisse. Al termine, continuare a sinistra (faccia a valle), fino ad incontrare le fisse utilizzate per l’accesso.

Bella via su ottima roccia (prestare comunque attenzione soprattutto sul primo e ultimo tiro) ambiente isolato e selvaggio, ottime protezioni. Purtroppo i cordoni in via sono decisamente molto usurati e a questo giro non avevamo con noi coltello e altro per una sostituzione. Vista questa, meriterà andare a vedere anche le altre della parete.IMG_0035

Il giorno seguente con molta calma (tra cena e chiacchere con il fratello di Sandro che ci ha ospitati ci siamo un po’ tanto attardati!!) attacchiamo Soleado. Volevo una via su cui scalare come in falesia… eccomi accontentata. A partire dal terzo tiro, però. Primo tiro con attacco in “tree climbing” e roccia che non mi piace. Mandato avanti Sandro così mi scaldo. Secondo tiro, secondo me (e non solo) è il filtro: è solo 6b ma le protezioni sono belle lontane e obbligano passi molto delicati. 32 metri, 9 spit.

 

Di tanto in tanto mi volto a sinistra a guardare la bella e ardita Fiore di Corallo, dalla logica ineccepibile, una grande via che mi piacerebbe un giorno. Ma oggi siamo qui in tutta tranquillità a tirare tacche, e più su, qualche spit. La via sembra non finire mai…. è bellissima e piuttosto continua nelle difficoltà. Da seconda riesco a salire in libera il diedro del terzo tiro dato A0 eccetto per un voletto al passo di ingresso. Credo si possa dare 6c+. 2 resting sul traverso di 7a del quarto tiro, gli svasi e i piedi lontani mi mandano in ebollizione gli avambracci.

IMG_0041Sesto e settimo tiro si possono unire, altrimenti si può far sosta ad alla cengia. Per unire i tiri servono 22 rinvii. Io ho ignorato la cengia per sbaglio, e trovandomi senza rinvii e con forte attrito delle corde ho sostato su uno spit poco sotto il diedro finale del settimo tiro. Segue un tiro entusiasmante su gocce, che porta alla sezione con i due tiri che in relazione hanno diverso artif.  Da seconda scalo in libera quasi tutto il tiro eccetto i due spit di uscita (fin qui 7a/+??) il successivo, non provo nemmeno, tiro e vado. Mi sembra molto duro. Anche Sandro tira, quindi non sapremmo dare una difficoltà.

Fine della parte più faticosa, i tiri restanti filano lisci e veloci fino al bel prato sommitale di Mandrea, purtroppo anche l’acqua è finita, quindi senza tanto perdere tempo a guardarci in giro scendiamo per la bella passeggiata che ci riporta prima alla fontana, urgenza primaria, e poi alla macchina.

Bellissima due giorni, di quelle che ti farebbero voglia di continuare a vivere così…

 

 

Diedro Maestri, Piccolo Dain, parete del Limarò

20160901_145058-COLLAGEDa dove comincio? da tre giorni fa o da febbraio 2015?
Tre giorni fa apprendo di avere tutto giovedi libera come recupero lavorativo, vedo Sandro e gli dico: ti faccio due proposte, Diedro Maestri o falesia che vuoi tu. Dopo la KCF mi è venuta una gran voglia di salire un’altra classica.

Febbraio 2015, sono con Chiara in mezzo al Diedro Manolo dopo 3 anni di sola falesia, mi vede in difficoltà psicologica e volentieri si tira tutta la via. Quando mi complimento con lei mi dice “beh, dai, dopo il Diedro Maestri era il minimo”. Diedro Maestri… vado a vedere. Se non sbaglio potrebbe essere la seconda via aperta in valle del Sarca (1957), dopo la Canna d’Organo di Detassis nel 1938. Scopro ora, andando a vedere sul libro di Gogna “Dolomiti e Calcari del Nord Est”, che la prima via fu aperta nel 33 sul Casale (1400 m). Gogna non parla del Maestri ma va direttamente al 1966 con la Messner a Cima alle Coste, ora frequentemente ripetuta nella parte bassa per raccordarsi in alto con il Diedro Martini Tranquillini Protoni.
Gogna non accenna al Diedro Maestri, molto strano.

Bando alle ciance. Sandro vota per il Diedro Maestri, che ha già salito nel 2009, ma accetta di buon grado di ripeterla.
Domenica, KCF. Poi riposo. Mercoledi io nuoto, Sandro bicicletta.
Sveglia impietosa, 5,45, dopo una bellissima serata in Wurer con Dario, Paride, Claudio.
In auto mi tocca il ripassino o gioco a premi su soste semimobili fisse e mobili.

Coincidenze, una cosa da paura.
1.
Guido in Gardesana tra le gallerie con i nomi epici e mi mi ricordo di un discorso di Matteo in negozio qualche giorno fa e chiedo a Sandro che divinità sono le Erinni. Sono le Furie, dice. In quel preciso momento, passiamo sotto la galleria dedicata alle Furie.

2.
Lasciamo il parcheggio, attendiamo che un furgone passi per attraversare la strada. Il furgone è delle “Imprese edili Maestri”.

Ci guardiamo ed evitiamo qualsiasi possibile altro commento di tipo destinale su questa giornata che ancora deve cominciare.
Avvicinamento da funamboli, fiume rapido sotto i piedi, vegetazione da Borneo, pareti in ombra… che ambiente particolare! Ci facciamo largo tra rovi e ortiche e arriviamo all’attacco, Sandro parte e cincischia, ci mette parecchio e mi chiedo perchè. Fino a che non tocca a me…
Sera prima al Wurer, con Paride, Dario e Claudio Inselvini. Claudio mi dice “bella via ma vedrai, la roccia non è proprio la stessa della KCF”.
Infatti. Ansimo e sbuffo sulla prima fessura, parto per L2, II grado da relazione, ma mi trovo a desiderare di mettere un friend perchè non mi sento poi così sicura. Metto un qualcosa sulla paretina, un po’ perplessa da questo secondo grado che assomiglia ad un quinto… poi seguo le tracce nel bosco e arrivo in sosta.
Terzo tiro, Edera nel boschetto e poi diedro. Finalmente si scala su della roccia vera!!
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Tocca a me iniziare sulla parte centrale, il diedro con la placca liscia. Duro, ma grazie ai chiodi vicini (cordini vetusti) passo in libera, trovo una sosta scomoda e mi fermo ingannata dal cordino nuovo, mentre avrei dovuto proseguire verso la successiva sosta altrettanto scomoda. Così spezziamo il tiro in due, a Sandro la placca nera, a me il tiro fin sotto il tetto, con un bel runout verso la sosta. (eventualmente raddoppiare il BD #1)
Tocca a me la bellissima fessura Gicaomelli, su roccia molto buona, inizialmente facile (V+) , più impegnativo il muretto finale.
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Roccia molto bella. Mi metto comoda sul terrazzino, recupero Sandro con i piedi nel vuoto, seduta comodamente a riposare, in attesa che arrivi lui con lo zainetto contenente acqua e cibo.
Segue il tiro chiave: Strapiombo faticoso, Sandro da primo passa in artif (chiodi vecchi, meglio non volarci sopra). Io da seconda passo in libera (6c?) non difficile ma tremendamente faticoso, stile classico.

Alla base del camino ad imbuto mi innervosisco, mi trovo insalamata dopo aver faticato a rinviare il chiodo più alto e non capire come mettermi per salire. Mi impressiona e mi mette ansia…. cedo la mano a Sandro, tanto non sono quasi nemmeno partita….20160901_145103

Anche da seconda non faccio meno fatica, non devo volare altrimenti pendolo, stavolta metto i piedi sui chiodi e passo così. Amen. Un po’ mi scoccia perchè fino a qui avevo fatto tutto quanto pulito, ma pazienza.

Sulla carta questo è l’ultimo tiro duro, in realtà non trovo molta differenza tra il VI dei tiri sotto e il V+ di queste lunghezze, solo un po’ più discontinue. Arrivo in cima proprio stanca, ma così contenta e soddisfatta. Anche l’ultima fessura, con il bordo così svasato, non è facile, e quando il grado si abbassa, la roccia diventa insidiosa, terrosa, meglio proteggere su una fessura e poi un paio di alberi.

Quando mi raggiunge Sandro, tempo di cambiare le scarpe, rifare le corde e ci incamminiamo senza fermarci per buttarci a capofitto verso la fontana al parcheggio. Un’altalena fa capolino allegra nel piccolo parco giochi, ma credo che ora non avrei la forza di muovere le gambe per alzarmi.

Tra domenica e oggi abbiamo scalato 1000 metri di parete, VI continuo. Siamo cotti, felici e… affamati! Pregusto una pizza gigante a cena.

Però, come scriveva Sandro anni fa, ai tempi del suo primo giro su questa via, “la prossima volta, giuro, vado in falesia”. Dopo due vie così, si apprezza decisamente il fatto che al giorno d’oggi si possa anche scalare “pascolando” ad una comoda base in falesia.
Sono i tempi degli arrampicatori del pomeriggio.

KCF alla Rocchetta alta di Bosconero

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Sono quelle cose che capitano così all’improvviso.

Arriva Sandro per cena, ho i piatti in mano mentre sto preparando la tavola, mi dice “mi ha chiamato Beppe Masneri per scalare domenica”. Ah, dai??? Che via? “KCF”.
Per poco non mi cadono i piatti (ancora vuoti) per terra. nooooooo un sogno infranto, come i piatti che ho in mano, se li lascio cadere.
Ho smesso di sognare vie da un secolo, da quando non ho più possibilità di andare in giro. Ma poi quando ti vengono nominate, è come se un cassetto nascosto venisse aperto senza il permesso, come se di colpo io venissi derubata del mio pensierino che avevo messo via. Se Sandro va ora a fare la KCF senza di me, io non lo farò mai più. Questo è il primo sentimento.
Beh, poi le vie belle in dolomiti sono infinite, che sarà mai, l’anno prossimo potrò sempre fare qualcos’altro durante le ferie, e concludo che sono molto contenta che lui abbia di nuovo voglia e possibilità di salire un bel vione.
Quindi mi preparo a passare un week end da single, inizio a pensare se scalare o fare un giro in piscina e andare in bici a pranzo dai miei, è così tanto che non sto un po’ con loro.

Niente, alla fin della fiera… Sandro mi propone, se riesco, di prendere qualche ora di permesso sabato. La butto lì a Gabriele, Matteo è un grande collega e si dimostra mio amico rinunciando al suo sabato per venire in negozio al mio posto.
Così mi ritrovo a trangugiare il pranzo in un quarto d’ora e poi uscire sul pianerottolo in negozio con la tazza del caffè in mano, vedere Sandro e Beppe che mi parcheggiano davanti, in macchina tutto il materiale pronto. Salutiamo Gabriele, Gabriella e Matteo, che mi hanno sopportata in queste ultime ore agonizzanti (se non vendessi ciarpame da arrampicata sarei un’ottima drammaturga) e partiamo. Atmosfera allegra.

Iniziamo a camminare nel bosco. Profumo di terra e di alberi, sole, colori vivi. Felicità di essere qui, inebriata dall’ambiente immersa qui, come se l’esistenza di tutti i giorni in un attimo si fosse volatilizzata. Semplicemente, vita.
Rifugio.

Sandro arriva 10 secondi prima di me e sento che inizia a salutare gente, pacche sulle spalle, ecc ecc. Ci sono Paride e Beppe. Anche loro KCF.
Buio, chiacchere da rifugio. Faccio la conoscenza della cordata bresciana, e si scambiano due parole anche con gli altri. Cani amichevoli e gatti enormi dimorano qui pacifici, ignari che sopra le loro teste incomba una parete bella, impegnativa e tetra, che la gente dorme qui prima di andare a cacciarsi su per di là.

4.30, sveglia. buio.
Sono calma, faccio quello che era previsto che facessi. Zaino pronto dalla sera prima, imbrago pronto da essere indossato, colazione svelta, ultimi preparativi, via con la frontale.
Primo albore alle 6.10, mentre arriviamo alla base della parete. Mi giro, Pelmo e Civetta rosa…. e io sono qui davvero, per davvero.
Mi torna in mente un triste post che avevo scritto esattamente 2 anni fa su fb. Se solo allora avessi saputo che due anni dopo sarei stata qui con Sandro a guardare questo, sarei stata meglio. Altri pensieri, ora c’è la via.
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Si sta bene qui, non fa freddo, anzi (temevo di soffrire come due settimane fa). La parete grande sopra di me mi attrae, come già successo in passato in altre occasioni. Amo le grandi pareti… mi emozionano, mi piace la grandiosità della natura, selvaggia e inospitale. E’ come se mi denudassi della mia identità. Qui è tutto semplice e primordiale.

Parte Beppe per i primi 6 tiri, aveva fatto questa richiesta ed è giusto che ognuno possa oggi avere quel che ha desiderato. Io non avrei mai avuto voglia di partire, l’avevo detto io che se me la fossi sentita avrei fatto qualche tiro più avanti.
Ci si scalda, si sale. Primo tiro umido, poi tutto asciutto, verticalissimo, un po’ faticoso da affrontare alle 6.30 del mattino quando solitamente sto ancora dormendo.
Terzo tiro, primo passo chiave.
Un po’ psicologico allontanarsi dal chiodo per prendere il buco, Beppe si appende e ci pensa un po’, e poi passa. Da seconda e da falesista passo tenendo basse due tacche di sinistro, alzandomi con tutto il corpo per afferrare il buco sopra la mia testa.
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Seguono tiri belli, continui, proteggibili. Meno bello il quinto, un po’ discontiuo.

Tocca a me, giro di corde.
Tiro in traverso con discesa, facile ma infido.
2 tiri in diedro giallo, sono belli, un po’ chiodati e un po’ da proteggere. Mi approccio con umiltà, non so come sarà, non so come sarò io… di VI+ in dolomiti non ne ho mica fatti tanti. Ma il tiro è bellissimo, sono in forma, la roccia colorata mi dà forza e quando trovo duro avverto di fare attenzione e vado avanti, prevedo dove proteggerò. Scalo felice e fluida.
Attrito, forte attrito. Non ho allungato abbastanza le ultime protezioni. Devo fermarmi 10 metri sotto la sosta vera, e quando decido di farlo trovo un’altra sosta. Ah, allora nella storia di questa via forse non sono stata l’unica pirla.
Vedo Paride impegnato sopra di me, già decido che prima del traverso di VII+ farò la sosta scomoda che indica Rabanser. Non sarà una grande idea.
Sosta con 5 chiodi. Però scomoda, appesa e soprattutto il passo chiave risulta così protetto solo da un chiodo. Meglio allungare bene sotto e non spezzare la lunghezza.
Il traverso è duro ma non così difficile, solo che va impostato bene, altrimenti si rischia di sbagliarlo.

Cedo a Sandro il comando. Ci sono 3 passi chiave in questa via, giusto che ne facciamo uno a testa. Mi ritengo soddisfatta dei tiri da capolavoro che ho salito…
Il tetto è veramente il passo più duro della via, strapiomba e le prese ci sono anche, ma non ci sono appoggi buoni se non molto alti. Sandro passa staffando, lascia la staffa e io la userò come presa… salendo da 2 su tre è anche difficile togliere la mia corda e rimettere dentro la corda di Beppe.
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Ultimi 5 tiri su placche molto compatte e da cercare. Ultimo tiro con traverso bellissimo, da individuare.

Sto scalando sull’ultimo tiro, vedo un paio di scarpe che mi passano a pochi metri in traiettoria diretta nel senso della forza di gravità. “Sandro… sono tue?” “si”. ok. discesa in scarpette da arrampicata lungo la cegia, le doppie, il canale, il ghiaione. Sandro il fachiro.
Giunti nei pressi dell’attacco della via ci mettiamo a cercare le scarpe che hanno fatto 600 metri di volo, non le troviamo, ma troviamo il friend BD4 di Paride che di metri ne ha fatti circa 400. Sul sentiero dei ragazzi ci avvisano che ci sono delle scarpe poco più sopra… alè, trovate!!! Paride non aveva trovato il suo friend, ma le scarpe di Sandro.
Giù di corsa al rifugio, abbiamo perso già un sacco di tempo tra fachiraggio e ricerca. Tempo di una birra al rifugio in compagnia della cordata che ha fatto lo Strobel. Si, si è felici dopo una giornata come questa, in un posto come questo, quando Monica esce sorridente e chiede come è andata, i cani e i gatti e i colori del bosco, del sole di fine agosto che è già un po’ giallo, che non dovrebbe tramontare mai. Ma tocca finire la birra, chiudere lo zaino e correre sul sentiero per non arrivare con il buio. Si corre felici e leggeri, voltandosi indietro a guardare la pinna bianca, che diventerà arancio, della Rocchetta Alta.