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Grignetta – Sigaro All-round

sigaro

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Il mio caschetto giace insieme a friend e dadi nel solito “cubo dell’Ikea” da circa un anno. L’ultima volta che l’ho indossato mi ero trovata per puro caso ad arrampicare tra le guglie secondarie dei Magnaghi legata a “Gerry” (Gerardo Re Depaolini), che mi aveva accompagnata su alcune vie da lui aperte.

Ricominciamo da qui, dunque. Ricominciamo da questo luogo della Grignetta, proprio da dove inizia il mio blog.
Sono in palestra, una delle solite sere estive in cui si va ad allenarsi più per abitudine che per convinzione, in cui più che tirare tacche hai voglia di trovare i soliti amici e magari organizzare il week end. Trovo Fabio che come al solito si sfinisce di circuiti, gli dico che ho voglia di tornare a fare una via dopo tanti mesi di falesia, e se gli fa piacere vorrei scalare con lui. Ci conosciamo da tanto tempo io e Fabio, alpinista esperto, gran macinatore di pareti. Mi proponte la via Ester in Presolana, ma il giorno prima, come sempre in questa perfida estate, le previsioni cambiano. Decidiamo quindi di andare in Grignetta, i Magnaghi saranno perfetti per questa giornata incerta.

Si parte con Gasomania al Sigaro… la fessura del primo tiro, che ora tocca a me. Rivedo quel giorno, in cui molto volentieri lasciavo che Luigi partisse e lo assicuravo attenta. Ora quel capo della corda tocca a me, è giusto.
Non so che sensazioni proverò, dopo tanto tempo dall’ultima volta in cui ho scalato su una via… non sono certo al cospetto di una grande parete, ma è comunque diverso dal monotiro in falesia. Parto. E’ dura, cavolo se è dura, ancora di più perchè a sinistra della fessura, dove ci sono le prese, è tutto bagnato. Tocca fare resting e poi azzerare per passare dal primo al secondo resinato. Poi su diventa più facile, arrivo in sosta. Riscopro i gesti un tempo così consueti e famigliari: barcaiolo nell’anello, recupera le corde, metti la piastrina, recupera il compagno che sale. In equilibrio sul pilastro mi guardo intorno serena. Sono dove devo essere.
Assicuro Fabio sul secondo tiro, mentre a me toccherà il bellissimo terzo, che ricordo così duro, verticale, esposto. Eccomi pronta. Ricordo buchetti cattivi per le dita, fatica negli avambracci. Ritrovo invece buchi buoni e una tecnica che in 4 anni è cresciuta, l’abitudine alla parete non se ne è andata e quando arrivo in sosta mi appendo sul piccolo terrazzino, guardo Fabio che sale mentre recupero. Respiro e guardo l’aria intorno a me.

Arriviamo in vetta, la croce rossa del Sigaro dove Fabio fa sosta e mi attende. Altre cordate salite da altre vie scendano prima di noi, poi ci caliamo come loro nel vuoto tetro della Nord del Sigaro, dove invito Fabio a guardare la via Cassin, e poi gli racconto di quel paragrafo letto su “Capocordata” dove narra dell’avventura per aprire questa ardita via. So già che gli piacerebbe salirla.
Siamo di nuovo alla base. Le vie sulla Ovest del Primo Magnaghi sono bagnate ed è Fabio a proporre di continuare a giocare sul Sigaro. Va bene…. allora adesso saliamo la Colombo!
Questa l’avevo salita con Gigi 3 anni fa. Parto io, poi tocca a Fabio il bellissimo secondo tiro esposto e fotogenico. Provo a scalare in libera l’ostico passaggio chiave del terzo tiro, ma volo su chiodo. Riparto e proseguo lungamente, non vedo più Fabio che è sotto dietro lo spigolo, sono da sola con la roccia, a provare quella sensazione così piena, su una mano, metti bene i piedi, sposta il peso, chiedi alla roccia quale è la presa migliore, questo fantastico calcare grigio e rugoso che sembra essere stato creato apposta per essere scalato.

Torna quello che io chiamo “l’animale da roccia”: sono quei momenti in cui sei solo a dialogare con la parete, te il tuo istinto e la tua capacità di salire. L’animale da roccia è un essere primordiale che si fonde con quanto sta intorno, con la parete e con i prati verdi di sotto, con l’aria che respira, con i muscoli che si contraggono e con la forza che recluta nelle braccia, con l’esperienza che gli dice dove andare.

Vetta numero 2. Qualche parola con una cordata di giovani e scendiamo. Avanti, ancora una. Rizieri. Salita con Stefano nell’estate 2011, seguita da Graziella al Primo Magnaghi e poi da tempesta di grandine. Ora invece splende un sole caldo. Prima Fabio, poi io sul secondo tiro. Poi lui. Bellissima anche la Rizieri. Ora non troviamo più nessuno in vetta e ci caliamo subito. Salita e discesa in un’ora esatta. Sono le 16, ora toccherebbe alla Normale, ma prevale la voglia di scendere con calma per raggiungere il Forno della Grigna, solita pizza e birra che non può mancare. Traverso, Cermenati in discesa, dove chiaccheri per far passare prima il tempo e dove sei così felice quando finalmente ai sassi si sostituisce il morbido fondo del boschetto Giulia, dove filtra il sole e dove si sta così freschi. Immancabilmente al Forno si incontrano volti conosciuti, si scambiano quattro parole sulle vie salite, si stendono le gambe sotto il tavolo e tra un sorso e l’altro si guarda in alto, tra quei torrioni ormai coperti di nuovo dalle nuvole, dove è iniziata la mia storia di rocciatrice, dove è sempre bello fare ritorno.