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KCF alla Rocchetta alta di Bosconero

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Sono quelle cose che capitano così all’improvviso.

Arriva Sandro per cena, ho i piatti in mano mentre sto preparando la tavola, mi dice “mi ha chiamato Beppe Masneri per scalare domenica”. Ah, dai??? Che via? “KCF”.
Per poco non mi cadono i piatti (ancora vuoti) per terra. nooooooo un sogno infranto, come i piatti che ho in mano, se li lascio cadere.
Ho smesso di sognare vie da un secolo, da quando non ho più possibilità di andare in giro. Ma poi quando ti vengono nominate, è come se un cassetto nascosto venisse aperto senza il permesso, come se di colpo io venissi derubata del mio pensierino che avevo messo via. Se Sandro va ora a fare la KCF senza di me, io non lo farò mai più. Questo è il primo sentimento.
Beh, poi le vie belle in dolomiti sono infinite, che sarà mai, l’anno prossimo potrò sempre fare qualcos’altro durante le ferie, e concludo che sono molto contenta che lui abbia di nuovo voglia e possibilità di salire un bel vione.
Quindi mi preparo a passare un week end da single, inizio a pensare se scalare o fare un giro in piscina e andare in bici a pranzo dai miei, è così tanto che non sto un po’ con loro.

Niente, alla fin della fiera… Sandro mi propone, se riesco, di prendere qualche ora di permesso sabato. La butto lì a Gabriele, Matteo è un grande collega e si dimostra mio amico rinunciando al suo sabato per venire in negozio al mio posto.
Così mi ritrovo a trangugiare il pranzo in un quarto d’ora e poi uscire sul pianerottolo in negozio con la tazza del caffè in mano, vedere Sandro e Beppe che mi parcheggiano davanti, in macchina tutto il materiale pronto. Salutiamo Gabriele, Gabriella e Matteo, che mi hanno sopportata in queste ultime ore agonizzanti (se non vendessi ciarpame da arrampicata sarei un’ottima drammaturga) e partiamo. Atmosfera allegra.

Iniziamo a camminare nel bosco. Profumo di terra e di alberi, sole, colori vivi. Felicità di essere qui, inebriata dall’ambiente immersa qui, come se l’esistenza di tutti i giorni in un attimo si fosse volatilizzata. Semplicemente, vita.
Rifugio.

Sandro arriva 10 secondi prima di me e sento che inizia a salutare gente, pacche sulle spalle, ecc ecc. Ci sono Paride e Beppe. Anche loro KCF.
Buio, chiacchere da rifugio. Faccio la conoscenza della cordata bresciana, e si scambiano due parole anche con gli altri. Cani amichevoli e gatti enormi dimorano qui pacifici, ignari che sopra le loro teste incomba una parete bella, impegnativa e tetra, che la gente dorme qui prima di andare a cacciarsi su per di là.

4.30, sveglia. buio.
Sono calma, faccio quello che era previsto che facessi. Zaino pronto dalla sera prima, imbrago pronto da essere indossato, colazione svelta, ultimi preparativi, via con la frontale.
Primo albore alle 6.10, mentre arriviamo alla base della parete. Mi giro, Pelmo e Civetta rosa…. e io sono qui davvero, per davvero.
Mi torna in mente un triste post che avevo scritto esattamente 2 anni fa su fb. Se solo allora avessi saputo che due anni dopo sarei stata qui con Sandro a guardare questo, sarei stata meglio. Altri pensieri, ora c’è la via.
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Si sta bene qui, non fa freddo, anzi (temevo di soffrire come due settimane fa). La parete grande sopra di me mi attrae, come già successo in passato in altre occasioni. Amo le grandi pareti… mi emozionano, mi piace la grandiosità della natura, selvaggia e inospitale. E’ come se mi denudassi della mia identità. Qui è tutto semplice e primordiale.

Parte Beppe per i primi 6 tiri, aveva fatto questa richiesta ed è giusto che ognuno possa oggi avere quel che ha desiderato. Io non avrei mai avuto voglia di partire, l’avevo detto io che se me la fossi sentita avrei fatto qualche tiro più avanti.
Ci si scalda, si sale. Primo tiro umido, poi tutto asciutto, verticalissimo, un po’ faticoso da affrontare alle 6.30 del mattino quando solitamente sto ancora dormendo.
Terzo tiro, primo passo chiave.
Un po’ psicologico allontanarsi dal chiodo per prendere il buco, Beppe si appende e ci pensa un po’, e poi passa. Da seconda e da falesista passo tenendo basse due tacche di sinistro, alzandomi con tutto il corpo per afferrare il buco sopra la mia testa.
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Seguono tiri belli, continui, proteggibili. Meno bello il quinto, un po’ discontiuo.

Tocca a me, giro di corde.
Tiro in traverso con discesa, facile ma infido.
2 tiri in diedro giallo, sono belli, un po’ chiodati e un po’ da proteggere. Mi approccio con umiltà, non so come sarà, non so come sarò io… di VI+ in dolomiti non ne ho mica fatti tanti. Ma il tiro è bellissimo, sono in forma, la roccia colorata mi dà forza e quando trovo duro avverto di fare attenzione e vado avanti, prevedo dove proteggerò. Scalo felice e fluida.
Attrito, forte attrito. Non ho allungato abbastanza le ultime protezioni. Devo fermarmi 10 metri sotto la sosta vera, e quando decido di farlo trovo un’altra sosta. Ah, allora nella storia di questa via forse non sono stata l’unica pirla.
Vedo Paride impegnato sopra di me, già decido che prima del traverso di VII+ farò la sosta scomoda che indica Rabanser. Non sarà una grande idea.
Sosta con 5 chiodi. Però scomoda, appesa e soprattutto il passo chiave risulta così protetto solo da un chiodo. Meglio allungare bene sotto e non spezzare la lunghezza.
Il traverso è duro ma non così difficile, solo che va impostato bene, altrimenti si rischia di sbagliarlo.

Cedo a Sandro il comando. Ci sono 3 passi chiave in questa via, giusto che ne facciamo uno a testa. Mi ritengo soddisfatta dei tiri da capolavoro che ho salito…
Il tetto è veramente il passo più duro della via, strapiomba e le prese ci sono anche, ma non ci sono appoggi buoni se non molto alti. Sandro passa staffando, lascia la staffa e io la userò come presa… salendo da 2 su tre è anche difficile togliere la mia corda e rimettere dentro la corda di Beppe.
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Ultimi 5 tiri su placche molto compatte e da cercare. Ultimo tiro con traverso bellissimo, da individuare.

Sto scalando sull’ultimo tiro, vedo un paio di scarpe che mi passano a pochi metri in traiettoria diretta nel senso della forza di gravità. “Sandro… sono tue?” “si”. ok. discesa in scarpette da arrampicata lungo la cegia, le doppie, il canale, il ghiaione. Sandro il fachiro.
Giunti nei pressi dell’attacco della via ci mettiamo a cercare le scarpe che hanno fatto 600 metri di volo, non le troviamo, ma troviamo il friend BD4 di Paride che di metri ne ha fatti circa 400. Sul sentiero dei ragazzi ci avvisano che ci sono delle scarpe poco più sopra… alè, trovate!!! Paride non aveva trovato il suo friend, ma le scarpe di Sandro.
Giù di corsa al rifugio, abbiamo perso già un sacco di tempo tra fachiraggio e ricerca. Tempo di una birra al rifugio in compagnia della cordata che ha fatto lo Strobel. Si, si è felici dopo una giornata come questa, in un posto come questo, quando Monica esce sorridente e chiede come è andata, i cani e i gatti e i colori del bosco, del sole di fine agosto che è già un po’ giallo, che non dovrebbe tramontare mai. Ma tocca finire la birra, chiudere lo zaino e correre sul sentiero per non arrivare con il buio. Si corre felici e leggeri, voltandosi indietro a guardare la pinna bianca, che diventerà arancio, della Rocchetta Alta.