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La ritrovata gioia di arrampicare. Valle del Sarca, Pian della Paia

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Nel momento in cui VYGER al telefono mi propone questa via, di cui so solo dove si trova e ho una vaga idea delle difficoltà, gli dico che va bene e vado a letto tranquilla pensando che passerò una serena giornata sulla tiepida e colorata roccia dell’amata valle del Sarca. Una via che si chiama “La ritrovata gioia di arrampicare” fa sicuramente al caso mio in questo momento: l’ultima volta che ho scalato in valle, un’infrasettimanale una decina di giorni fa, qualcosa non era girato, e forse devo ancora assorbire moralmente il colpo.

Cambio dell’ora. Metto due sveglie perché non mi ricordo mai se si aggiornano da sole o no…
La sveglia del telefono suona impietosa, caffè triplo, la roba è pronta. Il panico degli occhiali. Non li trovo.. ma dove sono? Come faccio a uscire di casa se non trovo gli occhiali…. sotto il letto, in cucina in bagno… niente, sono lì, stabili al loro posto, sul comodino.
Ho dimenticato qualcosa. Ho senz’altro dimenticato qualcosa, per cui prima di prendere la Brebemi verso Brescia mi fermo e controllo. Direi che c’è tutto. Ho anche stampato la relazione, che vuoi di più. boh. Quella netta sensazione di essere sparata fuori di casa con il cannone mi fa sempre pensare che ho dimenticato qualcosa.
Ho sonno, quasi quasi chiedo a VYGER se ha voglia di guidare lui. Annuncia mal di testa potentissimo, dalla tasca del pile estraggo una pastiglia che avevo pronta per me, ok niente, fingo di essere sveglia, non dico niente e guido. Tanto mi sveglio con i racconti reciproci della settimana e con i discorsi sui massimi sistemi.

Prepariamo il materiale e ci avviamo. Accccc…!!!! ho lasciato la magnesite in macchina. Aspettami. 10 passi indietro di corsa, poi eccola… è dietro la schiena al suo posto. Mi stringo nelle spalle, sperando di passare inosservata.
Soliti 3 minuti per prepararci alla base della parete, VYGER parte scheggiando via (tanto di default sale lui il primo tiro, e mi chiedo… ma quindi in 20 anni di vie, ha fatto sempre i tiri dispari?). Sosta, molla tutto, libera, parto. Come tocco la roccia la testa scatta in modalità “arrampicata:on”. Non c’è più altro che io, (la cordata) e la parete. Arrivata in sosta apro la relazione. 45 m, VI, VI+. Mi chiede se voglio provare… si. Non aggiungo niente e parto.
Come sempre ormai ho constatato nelle vie del Grill, i primi tiri sono i più rognosi, forse perché se passi quelli sei vivo e ti meriti di finire la via, mentre se voli e ti fai male, meglio che succeda all’inizio. Bellissima fessura da scalare e proteggere. Spit e chiodi presenti sui passi più duri. La fessura sempre più verticale, arriva il tratto più impegnativo….drriiiiinnn driiinnnnnnn ma chi è che mi chiama la domenica mattina??? Mi distraggo, per ricompormi prendo un friend e lo caccio dentro a caso e salgo. Bel tiro davvero.

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Più su. Tocca a VYGER un tiro bellissimo. Mannaggia questo sarebbe stato il mio, muro super verticale. Sicuramente il grado in libera è piuttosto alto, ma in relazione è VI+ e A0. Azzera il passo chiave.
Tocca a me da seconda, vediamo dove riesco e passo il tettino, le prese diventano piccole, ma i piedi ci sono, tengo duro sulle dita, e via, passo in libera. C’è sempre una sfida, tra me e la mia amica Chiara, a risolvere gli A0 del Grill.
Finisco io la prima parte della via su un tiro non difficile ma su roccia da controllare, con uscita friabile. Possiamo scegliere uscita a dx (classica) e sx, creata successivamente. Per la classica serve un friend del 4, che non abbiamo. Andiamo a sx. spigolo ostico e liscio per VYGER, nel frattempo è arrivato un antipatico venticello gelido. Poi per me altro tiro (penultimo) lungo sempre VI+. Ho qualcosa a un dito e le braccia un po’ stanche, resting all’ultimo chiodo, a 3 metri dalla sosta, ormai sul facile. Esce sangue. Arrivo in sosta, momento splatter. Sangue a fiotti dall’indice sx… recupero stando attenta a toccare la corda, i moschettoni, non ho niente per pulirmi e lui non accenna a fermarsi, ho tutta la mano insanguinata. Quando VYGER è sotto di me gli dico “preparati a vedere una cosa brutta”, ma lui vede, nota e non si scompone. vabbè ha visto ben di peggio, poi ora si sta fermando.

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Mi pulisco alla meglio con un po’ di acqua, parte, ultimo e lungo tiro. Bella roccia e difficoltà decrescenti. Arrivo sulla comoda e boscosa sommità del Pian della paia, pausa pranzo, stretta di mano, relax 10 minuti. Si, sono contenta di come ho scalato. Ho scalato per andare su, perché in parete sto bene, respiro, perché a volte sento che scalare è come creare, dare una forma e un movimento a una parete che altrimenti se ne starebbe lì da sola.

Siamo seduti nel bosco a sgranocchiare qualcosa prima di scendere. VYGER ridacchia e mi dice “certo che tu sei proprio CORDATOPATICA”. In un certo senso non posso che dargli ragione e so che è una mia debolezza, sono fatta così. Ci sono i “soci”, e poi ci sono i compagni di cordata, con cui mi sento libera da ogni filtro e giudizio, e riesco a dare il meglio e a provare la vera gioia nell’arrampicare, quella che si prova in parete quando stai bene lì, sali, godi delle piccole cose che ti stanno intorno, arrivi e recuperi, fai sicura e segui il compagno nel suo salire e nelle sue difficoltà, come ha fatto lui con te, due battute in sosta che interrompono il silenzio del movimento.

Arco è gremita di gente, siamo sotto Pasqua, è primavera. Incontriamo amici bresciani e ci raggiunge Chiara al bar, si chiacchiera un bel po’, poi si fa ora di rientrare. Mi spiace sempre lasciare Arco, la pace che si respira qui, quando in piazza sorseggi una birra di rientro da una via, è una sensazione di tempo sospeso che amo. Si rientra e i massimi sistemi nei discorsi rilassati del post arrampicata si fanno ancora più massimi, temperatura mite, finestrino abbassato e le pareti che si allontano lungo la gardesana con il sole che lentamente scende galleria dopo galleria.