Seconda Torre del Sella – via Messner

5003 (5) 5 anni.
Tanto è passato dalla mia ultima visita in Dolomiti.
Scalare in dolomiti per me significa Scalare con la maiuscola, in un ambiente che ti sembra di trovarti tra le pagine del libro che hai sempre sfogliato, tra le cartoline e le immagini famose che vedi in giro. Ogni volta che si arriva a Canazei e si apre il paesaggio è come ritrovarsi dentro un film, una pubblicità, e l’effetto è sempre un po’ quello di uscire da me e trovarmi in una dimensione diversa.

Ed è così anche questa volta, anzi, se possibile, ancora di più.

Domenica 14 agosto, arriviamo in val di Fassa attorniati dalla caciara del pieno delle ferie, gente in bermuda e zainetto che passeggia a lato strada, gente e auto ovunque, un inferno in fondovalle che non vediamo l’ora di lasciare per cambiare dimensione. Saliamo i tornanti del passo affollati sia di auto che di bici, cerchiamo parcheggio, ancora folla, ancora gente variopinta che passa di qua e di là dal passo, che scatta foto. I vacanzieri.

Parcheggiamo e ci prepariamo in fretta, anche i tre chiodi Camp che ieri ho preso in negozio, Sandro prende il martello….
Sentiero, mezz’oretta e ci siamo, tanto basta per cambiare dimensione. Abbiamo lasciato la folla variopinta e per la prima volta mi trovo al cospetto della parete Nord della Seconda Torre, con il Sassolungo illuminato da questa stupenda giornata dietro di me.
C’è gente, anche qui, ma è diverso. Una cordata è sul quarto tiro, una cordata sta attaccando e aspettiamo un po’. La Messner alla Seconda torre.

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Si certo, ho letto Settimo Grado di Messner, e anche ieri in pausa pranzo in negozio ho sfogliato nuovamente la copia che abbiamo nella vetrinetta in stube. Quella copia su cui è scritto il nome di Beppe Chiaf, che Rossella ci ha dato in visione per la nostra piccola biblioteca.

Siamo qui e fa freddo, e oggi mi approccio come è giusto che faccia una novellina. Non sono una novellina dell’arrampicata, sono una quasi discreta arrampicatrice sportiva. Ma anche solo avvicinandomi a questa parete ne sento la diversità rispetto alle altre circa 150 vie salite. Rispetto, timore, soggezione. Quest’effetto mi fa ogni volta che mi avvicino alla roccia esposta a Nord. Sento che la mia piccola umanità è quasi fuori luogo qui, su pareti belle in modo sublime e inospitali per la mia fragile esistenza. Piccola ed esile, accetto la mia inferiorità rispetto a quanto mi trovo attorno.
Oggi tocca a Sandro, era già deciso: ho il lusso di scalare con lui, di potermi permettere di regalargli il ruolo di capocordata per tutta la via, e di fare un tiro se e quando me la sento.
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Sandro è bravo, si protegge bene, scala senza sbavature anche se non corre. Su questa roccia fredda e inospitale lui ritrova se stesso, ritrova quello che ha lasciato qualche anno fa, e me lo trasmette anche senza parlare. Lo vedo a suo agio districarsi lungo il percorso logico ma non sempre facile da individuare, lo vedo a suo agio nel gestire la paura.
Tocca a me. Quinto grado, forse quinto più. Fatico da subito, lotto contro il freddo alle mani, contro la solitudine, contro la soggezione, contro l’immensità della dolomia che ho intorno, contro l’ambiente disumano. Non importa se sotto corrono le moto e la gente mangia lo strudel all’hotel Maria qualcosa lì al passo, se si compra i souvenir di legno e fa le foto al Sassolungo a mezz’ora a piedi da me. Qui, è disumano. Amo questa cosa, ma devo ri-prenderci confidenza, e come mi hanno detto i Ching consultati venerdi sera, abbi il coraggio di essere umile.
Arrivo in sosta con una bollita storica alle mani, non riesco a prendere in mano il materiale per qualche minuto, il dolore alle mani passa direttamente alla bocca dello stomaco e singhiozzo mentre guardo Sandro, e bisbiglio “adesso passa, adesso passa….” ci mette un bel po’ e poi passa, e ora sono tranquilla che per il resto della giornata sarà solo meglio.

La nostra relazione suggeriva una sosta intermedia. NEIN!!!!! Sandro è costretto ad un passo duro e sprotetto immediatamente sopra la sosta. Diversamente, l’avrebbe invece usata come protezione e un eventuale volo sarebbe stato meno pericoloso.
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La sosta nella nicchia, bella comoda, permette di recuperare un po’. Inizio a prendere confidenza con il disumano che regna qui intorno, posso godere di questo, di questo trovarmi fuori da me, così fuori da amplificare tutto quanto provo dentro. Un misto di gratitudine, solitudine, ammirazione di ciò che ho sopra la testa e intorno a me, divertimento… Con Sandro troviamo modo di scambiarci qualche battuta in sosta, qualche riflessione, insomma non perdiamo il nostro modo di essere insieme.

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Arrivati al penultimo tiro prendo coraggio e faccio cenno che posso andare io. Così mi faccio un tiretto facile, ma che mi diverte e che ho voglia di fare, ormai mi sento a mio agio. Dopo tanta falesia e vie sportive, non è stato facile piazzarmi sotto questa parete buia, fredda, verticale, e salire. Adesso, dopo qualche tiro, sento che sto bene. Il tiro è facile, non c’è nessuna protezione eccetto quelle che io decido di mettere.
Sosto e Sandro arriva in cima, a me le solite “facili roccette che conducono in vetta”, come da buon manuale caiano. Arrivo alla sella e si apre grandioso il paesaggio su Piz Boè e Marmolada, i prati del passo, le torri e il Ciavazes ai lati… Sono qui, siamo qui.
Bentornati in Dolomiti.
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Relazioni? no… si trovano in rete, si trovano ovunque.
Si trovano in parete un sacco di soste e di varianti.
Noi abbiamo utilizzato una relazione trovata su Gulliver che non consigliamo. Meglio quella sul sito del buon Sergio Ramella.
Lascio a Sandro la voglia di integrare qualche nota più tecnica. Come al solito io racconto, le relazioni le lascio a chi è più tecnico.

La Disfatta dei Daoniani

IMG_3683 Solite chiacchere tra colleghi in negozio tra un cliente e l’altro, tra una faccenda e l’altra. Ancora 2 giorni di lavoro e poi comincia una settimana di ferie con Sandro e ancora non sappiamo bene cosa fare.
Così un passant chiedo a Matteo (Pota) cosa farà nel week end, mi dice che non sa, vorrebbe scalare e io lo invito a fare con noi qualche tiro in falesia.
Mi ribatte che in falesia non gli va e di rimando mi propone di salire con lui la sua irripetuta Disfatta dei Daoniani allo Scoglio di Boazzo.
“Si, ma è durissima” dico io. E lui comincia con il suo solito “ma nooooo, ma figuratiiii!”, è ben chiodata, si, da integrare, si certo c’è un tratto che probabilmente è sul 7c e un altro tratto in A0, che si, certo il resto è sul 6b 6c, si forse l’obbligato è circa 6c+ ma no, non è dura. E gli piacerebbe andare con il vecchio schizzo per confermare i gradi, dato che non ha più avuto l’occasione di tornare su.
Beh io da seconda tento di salire ovunque, mi fa anche molto piacere accompagnarlo, gli dico di chiamare Sandro, sentire lui e poi per me va bene. Mentre servo l’ultima cliente della giornata, con un orecchio sento i due che si accordano per telefono.

Ci si incontra a Idro e inizia la giornata.
Al parcheggio incontriamo Martino e socio che sono lì per scalare ma senza un’idea precisa, Matteo propone loro di salire Premiata Ditta, a sinistra e molto vicina alla “nostra”. Il tempo non promette, ma lo Scoglio è una cosa fantastica: avvicinamento da falesia, ma di quelle proprio da famiglie. Rientro comodo in doppia o, come faremo noi, per sentiero (20 minuti). In mezzo però mentre scali, soprattutto se a questa roccia davvero unica non sei abituato, riesci a provare le stesse (nel bene e nel male) sensazioni che si provano su pareti più alte e più in alto. Il bello dello Scoglio, per chi è capace di dialogare con i suoi funghetti e con le difficoltà spesso molto alte che questa parete oppone.

Ah, io oggi faccio la fidanzata e l’amica/collega. Mi metto qui, brava seconda, salgo su e faccio le foto. Mi diverto. I miei prodi decidono di dividersi la via in due parti: inizia Sandro sui tiri che Matteo ha già scalato sia in apertura che in un primo tentativo di ripetizione. Dalla cengia in poi salirà Matteo.

Il primo tiro è stupendo, verticale, dovrebbe essere intorno al 6b+ con un tratto che poi valuteremo di 7a+. A freddo non è così facile e quando tocca a me sento al terzo rinvio gli avambracci che si lamentano del riscaldamento poco consono.
Mi sento scoraggiata, non ho mai fatto tanta fatica a scalare anche da seconda. Non riuscire ad impostare alcuni passi mi manda in bestia.
IMG_3657Secondo tiro, il chiave. Partenza non dura, tratto che poi confermeranno essere 7c in placca, tratto di A0 e poi uscita più scalabile, dopo un ribaltamento non facile per entrare nella fessura finale. Nel complesso una legnata (per una come me), ma assai divertente, per chi su queste difficoltà è abituato a scalare. Da discreta placchista riesco almeno ad impostare il 7c, poi tenere quel fungo svaso mi richiederebbe ben più di un tentativo.

Terzo tiro: breve muretto 7a (per me super morfologico e infatti col cavolo che riesco ad impostare l’entrata), poi più facile.

Quarto tiro: l’onda, il capolavoro. Il primo tiro, questo e il successivo secondo me valgono la via. Ma questo è proprio entusiasmante, con il traverso iniziale facile e super expo, e poi quella placca molto molto bella a funghi lontani, un tiro da gustare. 5b, 6c e passo di 7a+.

Cengia, breve trasferimento sotto un tetto/diedro fessurato, ci si può slegare e difatti i capicordata si danno il cambio, io mi siedo su un masso a guardare. Piove. Ma il tetto ci protegge. Penso a Martino e socio che si staranno lavando sulle placche. Poco dopo li vedrò arrivare da noi bagnati fradici, impossibilitati a proseguire.

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E via, Matteo inizia a scalare veloce, recupera Sandro e decidono che io aspetto a salire perchè piove tanto e la sosta è scomoda per tre. Poi Matteo si cala e io salgo il tiro da seconda, è talmente bello che mi spiace non provarci nemmeno. Quando arrivo in sosta ha smesso di piovere, così Matteo risale la corda, e passa oltre salendo il breve ma intenso tiro che scavalca il tetto ed esce in placca.

Ultimo tiro, il più facile della via, porta alla seconda cengia. E’ logico a questo punto finire sull’ultimo tiro di Premiata Ditta e scendere poi per sentiero.
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Vedo Matteo compiere un’acrobazia da boulderista per passare il tettino, io sono ormai alla frutta…. solo 220 metri di scalata mi hanno demolita, mi sento incapace e scoraggiata, ma altrettanto contenta di aver accompagnato Matteo in questa ripetizione e di essere stata invitata, contenta di aver vissuto questa giornata con Sandro. Sono quelle giornate che ti gusti il giorno dopo, perchè al momento hai vissuto quasi troppo.
Lezione di livello.
La via non è solo dura.
E’ logica, è bella, è per chi può permettersela.
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A me resta sicuramente l’esperienza di aver accompagnato uno dei due apritori e un bravo alpinista nella prima ripetizione, mi resta il ricordo e la lezione di cosa sia l’alpinismo moderno su roccia, cosa sia l’alta difficoltà. Non solo per averla scalata, ma per averla scalata con chi questo itinerario l’ha aperto e me l’ha raccontato anche durante le soste.

Matteo e Silvio sono davvero una “premiata ditta”.
Chapeau.

Val Adamè – Adamè’ndo’ndo

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Anni di fervida attività di chiodatura soprattutto in Val Adamè, quella degli ultimi anni, e giusto un anno fa la premiata ditta Tomasoni – Amadio ci ha regalato questo itinerario bello, divertente (per chi ha confidenza con l’aderenza), piuttosto impegnativo.

Imperdibile questo fine settimana, tempo perfetto: caldo ma non troppo, nemmeno una nuvola prevista, aria secca. E io posso dichiarare il mio ginocchio ormai guarito, per cui non ho scuse per rimandare l’archivio della pigrizia e pensare di camminare oltre 2 ore per salire una via, ri-camminare oltre 2 ore… e insomma le solite cose, che purtroppo negli ultimi tempi non sono più così solite.

I grilli nel mio Iphone si mettono a cantare alle 5:20. I grilli sono la mia sveglia per quando si va a scalare. Alle 8:10 ci mettiamo in marcia lungo le Scale della Val Adamè: posso subito verificare che il ginocchio non fa più male, e godere del potente allenamento messo su in questo mese tra bici e nuoto allo scopo curativo. Bene… dal Lissone si passeggia amabilmente tra i prati, ci sono in giro un sacco di passeggiatori venuti dalla città a godere di questo posto meraviglioso e così accessibile.
Lasciato il fondovalle, in breve siamo sotto la placca, soli. Sono piuttosto stupita… l’anno scorso giravano le relazioni delle vie appena aperte, c’era un po’ la corsa alla prima ripetizione, era appena uscita la guida di Paolo Amadio “Le vie del Cielo”, e quando eravamo venuti per salire Sensazioni Adamelliche (vedi) c’erano 6-7 cordate in giro. Oggi, soli. Nonostante le difficoltà accessibili e la chiodatura recente e sicura, non stanno diventando di moda queste vie.

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Vabbè. Provo a salire il primo tiro e la mia baldanza si spegne di fronte al primo spit. Non è paura del volo, inibizione dell’ambiente, non è che non sono allenata (porco cane, sto anche scalando forte per i miei parametri), è proprio che non sono capace di salire questa placca in aderenza spietata. E’ proprio che se per 5 anni sul granito non ci vai (eccetto appunto quella via l’anno scorso) non sei più capace, è un altro sport. Vabbè, dai. Oggi mi limiterò a fare la subrette, la ragazza-atc, la brava seconda. Metto un po’ di muso ma non troppo perchè non voglio rovinare la bella giornata anche a Sandro, che avrà anche lui il suo bel da fare su queste placche.

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Paturnie a parte….
i primi 4 tiri sono per lo più di placca e caratterizzati da arrampicata in aderenza, equilibrio, movimento. Immagino Gianni Tomasoni, che è davvero bravo in questo stile, che andava su con il trapano. Complimenti. La chiodatura è un onesto S2, vuol dire che gli spit ci sono, che se puoi è meglio che ogni tanto cacci dentro un piccolo friend (dal micro allo 0.5 meglio portarli) che comunque c’è da stare all’occhio. L’obbligato è intorno al 6b e i gradi non sono regalati. Questa almeno la mia impressione con tutta la premessa di prima.
Dopo i primi tiri, man mano la roccia si fa più rugosa e l’itinerario si articola in un dedalo di tetti, diedri, placche più verticali ma più lavorate.
Potrei tentare di prendere il comando della cordata ma dichiaro la giornata ormai andata, non voglio rischiare di scornarmi nuovamente. Mi diverto e faccio foto a Sandro che a sua volta fatica si diverte e cerca anche lui di riassestarsi in modalità “granito”.

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Belli gli ultimi tiri, con roccia lavorata, in particolare il penultimo, entusiasmante. Salgo poi io l’ultimo tiro, dove purtroppo la roccia è ricoperta da lichene, sembra di scalare su una roccia incartata. Fa fresco qui, per cui firmiamo il libro di vetta dove sembra che la nostra sia la quinta ripetizione, la prima esattamente un anno fa ad opera di Ralf e Marco. 4 doppie comode ci portano alla sommità dell’avancorpo, e dato che abbiamo lasciato giù le scarpe, facciamo ancora una doppia su prato ripido.
Un momento di relax, passaggio di nuovo da Baita Adamè a riempire la bottiglia di acqua, e poi giù, accompagnati dal fiume che gorgoglia, in un pomeriggio assolato, in questo posto così pacifico.

Non serve la cronaca tiro per tiro, inserisco la relazione dell’autore:
Adamè’ndo’ndo
Buon divertimento.

Castel Presina – Una via per Zeno e Eldorado

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Una giornata piena di roccia, di fatica, di divertimento, quello che ti viene dall’impegno e dalla condivisione di una bella via.
La mini vacanza a Kalymnos ci ha fatto solo per poco assaporare come si sta quando il tempo si ferma sulla parete e le incombenze, il lavoro e le preoccupazioni restano nel mondo altro, quello che tocca vivere quotidianamente ma che per un po’ è come se cessasse di esistere. Quel mondo che resta come i panni ad asciugare per tutto il tempo in cui noi siamo appesi tra uno strapiombo e l’altro finchè non saremo in cima. Abbiamo bisogno di sospendere il tempo del quotidiano ed essere solo noi, la parete, la via.
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Forse la scelta non è tra le più intelligenti perchè fa caldo ormai per andare a Castel Presina, ma c’è quella via che ci piaceva tanto, l’avevamo vista incontrandovi all’attacco tempo fa Fabio e Giuseppe, i miei amici di Milano, mentre noi andavamo a salire Sognando una bionda.
Una Via per Zeno si snoda tra gli strapiombi rossi, ben chiodata ma fisicamente impegnativa: divertente, in poche parole. A questa decidiamo di unire la vicina Eldorado, un po’ più facile e un po’ più breve. In totale fanno 12 tiri, circa 320 metri.

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Rompiamo il solito schema e per una questione tattica parto io sul tiro iniziale di 6c: sono più veloce di Sandro a scaldarmi, e inoltre preferisco lasciare a lui il secondo tiro dove c’è un passo in A1. Il prode alpinista è molto più agile con le staffe, io al massimo proverò la libera da seconda. Infatti. Lui staffa agilmente e da poco sopra, dalla sosta, mi suggerisce la valida presa per uscire dallo strapiombo, che da sotto non vedo. Senza tanto cincischiare mi accartoccio con una gran chiusura di braccia e gambe e lo raggiungo in sosta.
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Due estetici tiri in traverso portano ad un bel diedro a buchi, ne esce un lungo e divertente tiro (50 metri) che conduce ai due tiri finali sul grigio, un po’ di vegetazione qua e là. Due lunghezze non particolarmente degne di nota, se non per un ultimo passo duro dove stavolta cedo alla fettuccia che mi penzola davanti alla faccia, una vecchia “cinghia di tapparella” che penzola da un chiodo. Tento di rinviarla, ma non riesco a posizionarmi e allora la prendo in mano, mi tiro su e rinvio. Provo poi in libera, un boulder piuttosto secco.
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Merenda nel bosco sommitale, sentiero, discesa, e torniamo alla base della parete in tempo per qualche tiro all’ombra. Tocca a Sandro, per fortuna. Il primo tiro (6a+) ha una partenza con un tetto che prevede una trazione con conseguente tallonaggio ad altezza orecchie, faticoso ribaltamento e prosecuzione su svasi. Una roba un po’ da uomini, penso. Salta su elegantemente e se ne va rapido verso la sosta. Cerco di ripetere i suoi movimenti, un po’ meno elegantemente, ridacchiamo un po’ in sosta, e poi cerco la concentrazione per il tiro successivo, il tiro che vale la via. Continuità, esposizione, buchi da cercare…. è bellissimo e sono contenta di passare a vista, la sosta me la guadagno metro dopo metro con le braccia che ormai iniziano ad essere stanche, cercando quindi di usufruire dei riposi come meglio posso. Arrivo alla catena talmente alla frutta che fatico ad aprire il moschettone e fare il barcaiolo…
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Molto bello anche l’ultimo lungo tiro, roccia aderente grigia.

2 litri di acqua oggi sono stati appena sufficienti a non farci disidratare.
Siamo contenti di questa giornata, di questo assaporare il tempo in un posto che almeno oggi non brulicava di gente, solo noi nell’arco dei due km di parete. Il piccolo privilegio del fuori stagione.

Olivia in falesia

FullSizeRender (2)Il papà fa il caffè, la mamma è uscita, i ragazzi sono ancora a dormire. Il papà dopo aver messo su il caffè ha portato davanti alla porta il suo grande zaino, e ora prende le cose da mangiare dalla cucina e le mette dentro la tasca, quindi si sta preparando per andare a giocare. Ah, buone quelle cose lì al cioccolato, meglio dei biscottini che mi propina sempre. Chissà se anche oggi mi porta con lui…. lo guardo per fargli capire che voglio andare anch’io, non si sa mai che si dimentichi di me!
Oh bene… prende il guinzaglio. Sono felice!

Arriviamo in un posto meno bello del solito, altre volte andiamo in un luogo pieno di alberi, cani e di bambini e mi diverto un mondo, mentre oggi ci sono solo i sassi per terra e poche persone. Però ci sono quei due lì, gli amici del papà, che mi salutano e ogni tanto giocano con me. Di solito c’è solo lui, oggi c’è anche lei.
Tutti quanti tirano fuori le cose dagli zaini e si mettono un grande guinzaglio in vita e una tasca colorata che copre il sedere, vedo che in quella tasca ci ficcano sempre le mani mentre giocano, esce una polvere bianca che gli sporca le mani, boh, forse è per segnare bene il territorio dove passano.
Quando andiamo in posti come questo sono tutti felici, parlano, si siedono per terra, mentre di solito le persone non si siedono per terra ma sulle sedie. Qui le sedie non ci sono e la gente sta tutta o in piedi o, appunto, per terra. Quello che proprio non capisco è cosa fanno in questi posti con le pareti di pietra, fanno un gioco proprio strano. Ci sono persone che stanno giù e tengono in mano le corde, altre persone vanno su per la parete con la corda legata al guinzaglio in vita. Poi arrivano su, e scendono appesi alla corda. Molto spesso tornano giù arrabbiati, anche mentre salgono si arrabbiano a volte, o fanno degli strani versi, non sembra tanto che si divertano… fanno fatica. Fatto sta che il più delle volte scendono e dicono cose brutte. Ogni tanto qualcuno scende contento, ma non succede molto spesso. Forse perchè su ha trovato il premio più bello, o una cosa da mangiare. Eh si, perchè non capisco altrimenti cosa vadano a fare fin lassù, facendo fatica e spesso lamentandosi: per forza sopra ci dev’essere o una cosa bellissima o qualcuno che ti da il premio perchè sei arrivato là. Però la cosa strana è che tutti tornano giù senza niente in mano, anche quelli che sono contenti. Magari gli danno una cosa ma la mangiano subito perchè non cada per terram, visto che scendono giù appesi alla corda.
Adesso sale l’amico del papà e si ferma un sacco di volte. Non sembra che si diverta neanche un po’. Poi sale il papà, ma sale con la corda appesa su in cima, dove danno i premi. Si ferma di meno, ma poi scende e si lamenta anche lui. Vado lì ad aspettarlo, chissà che magari non voglia salire ancora e mi porti con lui! Potrebbe aggangiare il mio guinzaglio alla corda, come fa lui con il suo!
Per farmi notare salgo sulla corda e mi ci siedo sopra, magari capiscono. Niente, mi fanno spostare. Allora vado a sedermi sui piedi della loro amica, che mi fa sempre le coccole. Adesso però deve salire lei, mi sposta e si cambia le scarpe, mette queste specie di pantofole piccole e puzzolenti, e sale. Lei non si lamenta, il papà e il suo amico le dicono delle cose e ridono, lei arriva su e scende come loro appesa alla corda, sembra contenta. Però anche lei non porta giù niente.

Che faccio, sulla corda non posso stare, su non mi fanno andare…. ah ecco…il papà ha appena tirato fuori dal suo zaino quelle cose buone. Insomma, loro vanno su e giù e in più hanno le cose buone. Adesso me ne vado a prendere una anch’io. Oh. Le noci! un sacchetto di noci aperto, tutto per me. I biscottini insapori, che se li mangino loro. Orco. Mi ha visto. Oliviaaaaaaaa…. via il muso dal sacchetto! mangia i biscottini! eh va be. toh, guarda, mangio i biscottini. Tanto appena ti giri torno alle noci e le finisco.

Niente. Loro tre continuano su e giù, forse devono vedere tutti i punti in cui si può salire e prendere tutti i premi. Altre persone salgono da altri punti, e io che sono per terra mi metto a giocare con i sassi. C’è quello lì più scuro degli altri, sicuramente al papà piace. Cerco di portarglielo finchè lui tiene la corda in mano e non ha niente da fare. Uffa, è troppo grosso. Allora lo spingo con il muso, vediamo se dall’altra parte riesco ad afferrarlo tra i denti… no. mmmmmmm… che nervi. Allora lo spingo fin da lui, ma si blocca tra gli altri sassi più chiari, mentre io voglio portargli proprio questo qui. Mentre il papà tiene in mano la corda, con l’altra prende il sasso e lo butta in giro, e io posso andare a prenderlo e riportarglielo. Questo si che è un gioco! E stavolta vinco io, perchè ogni volta che il sasso finisce lontano, io lo ritrovo e lo riporto qui, e con un po’ di pratica, trovo il punto in cui posso prenderlo in bocca.
E alla fine di tutto vinco anche io il mio premio, mi accarezzano tutti e poi finalmente posso sdraiarmi in macchina mentre torniamo a casa.
Certo che a ripensarci, non ho capito ancora niente di quello che fanno il papà e i suoi amici in questi strani posti, di certo mi sembra tutta una gran confusione tra risate e lamentele… boh valli a capire…