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Pasqua alla Rocca Sbarua

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Uno dei primi articoli che ho letto sullo Scarpone tanti anni fa era la storia divisa in due puntate della Rocca Sbarua: posta sulle colline pinerolesi, ha visto passare i protagonisti dell’arrampicata piemontese dagli anni 30 in poi. Il bel racconto mi ha fatto venir voglia di andare, ma non ne ho mai avuto l’occasione.
Visto che sfuma l’ipotesi di Pasqua ad Arco (causa meteo), e che rinunciamo all’invito di Giulio in Valle dell’Orco (troppo freddo), all’ultimo mi viene l’idea di andare alla rocca!
Recupero la guida in negozio, prenotiamo al nuovissimo Rifugio Mellano e si parte. Il posto è davvero ameno, il rifugio è un’accogliente e grande casa in legno che faceva parte del villaggio olimpico di Torino 2006, portata qui e riutilizzata al posto del vecchio rifugio ora smantellato. La nuova Casa Canada è gestita da simpaticissimi ragazzi un po’ rasta, con cui ci scambiamo tante idee, e ci danno tanti consigli sulle vie più belle dove scalare, poi ci chiedono come è andata.

Domenica decidiamo di iniziare con la classica della Rocca: la Gervasutti Ronco, famosa per un diedro fessurato, allora salito con un solo chiodo. Oggi la via è spittata, non ascellare, comunque integrare è superfluo. La roccia è un magnifico gneiss granitoide (più granito che gneiss), il diedro mi riporta alle ormai lontane esperienze melliche…. mentre esito nel mettermi in posizione Dulfer per superare questi faticosi 10 metri, me lo dico da sola: sveglia! hai salito Polimagò, hai salito Luna…. muoviti! mi obbedisco e mi do una mossa, salgo quel diedro da manuale, che è quasi il termine di questa bella via. Una bella sorpresa la rocca, davvero non immaginavo una roccia così bella, la pensavo più simile al Paretone di Arnad in piccolo…

Scesi dalla via, che aveva proposto Andrea, propongo io: Bon Ton allo Sperone Rivero. In pochi minuti siamo alla base. Una via più moderna, con diversi tiri in placca, difficoltà un poco più sostenute, ma più consone all’arrampicatore moderno. Una via mai monotona, in cui le placche lasciano anche spazio a muri verticali, fessure, traversi, davvero divertente. La particolarità della via è una sosta su un albero (rinsecchito) che se ne sta da solo in mezzo alla parete completamente priva di vegetazione… davvero unico! Mentre arrivo all’albero vedo che nel suo povero tronco è stato, tanti anni fa, piantato un chiodo. Mi spiace rinviare il chiodo sul povero albero, preferisco utilizzare un meno aggressivo cordino su un ramo. Sosto seduta sull’albero, recupero Andrea e parto per un tiro decisamente più impegnativo dei precedenti, su granito giallo-rosso, molto liscio. Dopo un altro breve tiro siamo in cima, e tra le fessure scorgiamo il rifugio al sole, mentre noi siamo davvero al freddo sotto una nuvola e sbatacchiati dal vento. Ormai è ora di scendere e andare a cena, dividiamo il tavolo con 3 piemontesi con cui si passa la serata a chiaccherare, si mangia divinamente (meno male perchè l’ultima cosa mangiata era una brioche all’autogrill la mattina!), poi a nanna in un comodissimo letto matrimoniale a castello, tutto in legno.

La mattina dopo mentre sono fuori dal rifugio ad aspettare la colazione e coccolare il cane dei ragazzi, uno di loro passa dietro e mi informa che ci sono 3 gradi. Osti.
Vorrei scalare la Barbi al Torrione Grigio, meglio ancora la Motti Grassi, insomma, roba storica e impegnativa…. ma fa un freddo cane. Decidiamo quindi di partire e scaldarci sul facile: Sperone Rivero. Via classica dal IV al V+, poi vedremo cosa fare. In realtà dopo i primi 2 tiri non si capisce dove andare per l’intrico di vie che si attraversano, seguo il bello e ovviamente mi trovo sul duro. Tiri impegnativi, ma uno più bello dell’altro, verticali e atletici in diedri fessurati, bellissimo. Di certo però non è V+.
Discussione famigliare alla base del penultimo tiro, ormai è chiaro che siamo fuori via ma Andrea insiste che se vado sulla placca a destra ritrovo la via giusta. Io dico di no, che se seguo la placca arrivo alla via di ieri… insomma decido di seguire una fessura strapiombante bellissima, mi tocca scalare in libera col sorriso anche se un resting lo farei volentieri (sono proprio al limite). Dopo questa una placca facile, poi si impenna, di nuovo sapore mellico e spittatura lunga.
L’ultimo tiro si presenta su uno sperone esile ed espostissimo, la sosta è in cima a una sorta di prua di granito. CI arrivo ma non riesco a sostare lì: troppo vento gelido…. trovo uno spit subito dietro, più riparato, e contravvengo alla regola delle soste su due ancoraggi, non ce la faccio proprio!
Senza fiatare decidiamo entrambi che per oggi va bene così, scendendo passiamo davanti al torrione Grigio, vedo la Motti Grassi e vedo la Barbi, sembrano bellissime, ma non è cosa. In breve siamo al rifugio dove è arrivata un sacco di gente a mangiare, i ragazzi grigliano salsicce e costine, famiglie, arrampicatori, ciclisti, è pieno di gente che mangia e ci uniamo volentieri alla festa.
Poi a casa, almeno quest’anno evitiamo la coda di rientro.
Poi sentiamo Giulio…. a lui in Valle dell’Orco si è congelata la bottiglietta di acqua nella tenda!!