Mercoledi

Mercoledi, il giorno della spesa.
Marco torna come tutti i mercoledi tra le 18 e le 18:45 dal supermercato a pochi isolati da casa, con due buste cariche di cibo scelto con la solita cura. Solita strada, solito orario, solita spesa. Un passo davanti all’altro con lo sguardo rivolto a terra, tanto attorno non c’è niente da vedere, in quel paesaggio urbano di periferia, dove negli anni alle vecchie fabbriche scure si è sostituito il disordine architettonico di palazzi e centri commerciali, diversi, colorati eppure uguali nella loro mancanza di identità.

Con lo sguardo rivolto verso terra sul marciapiede e il l’hard rock dell’i-phone nelle orecchie, quasi non si accorge di una scarpa che sporge, che solo all’ultimo evita con un salto per non inciampare. Si volta di scatto, la scarpa appartiene a una gamba, la gamba ad una persona seduta malamente per terra. Un ubriacone, un senzatetto, malvestito. Barba lunga e capelli disordinati sulla fronte, vestiti stracciati e buttati addosso alla rinfusa su quel corpo magro e mal nutrito. Appoggiato su un gomito, l’uomo alza lo sguardo di sbieco, i suoi occhi chiari si incontrano con quelli di Marco, solo un attimo in cui Marco riprende il suo passo verso casa, sorpreso e infastidito dall’ostacolo trovato sulla sua strada.
Marco entra nel suo appartamento, posa le buste della spesa, spegne la musica dell’i-phone, accende la radio. Nel sistemare il cibo in cucina, per un attimo ripensa a quel fugace incontro-scontro sulla strada di casa. A quanto ci siano persone cui la vita è andata peggio che a lui. Tutti hanno avuto difficoltà nella propria vita, non tutti sono stati in grado di affrontarle e vincere.
Finisce di sistemare la cucina, si prepara per andare a cena dai suoi genitori. Come ogni mercoledi.

Mercoledi successivo, dopo il lavoro è l’ora del supermercato. Marco si destreggia tra la folla già sapendo cosa comprare. Non ci mette molto, lui, lui che non lascia molto spazio alla fantasia nella propria vita. Una dieta ferrea in funzione dei duri allenamenti da maratoneta scandisce la sua settimana, programmata nei dettagli. La vita presenta meno problemi se si eliminano le variabili che sono nella nostra facoltà di controllo. Lui questo l’ha capito diversi anni fa, quando ha deciso di cambiare vita e diventare qualcosa di diverso, o quantomeno cercare di fare qualcosa.
Solo chi ha toccato il fondo può capire cosa significhi cercare un modo di risalire, trovarlo e ringraziare ogni giorno per la forza che si è trovata per crearsi una vita. E questa forza resta in ogni gesto, soggiace in ogni azione e ogni piccola decisione. E’ lì, a ricordare l’antica sofferenza e la scelta di abbandonare il fondo per vivere.

Marco paga, prende le buste, si avvia per strada nella luce gialla di un tardo pomeriggio di fine estate. Andrà a casa, sistemerà la spesa, andrà a cena dai suoi genitori.
Girato l’angolo, ecco, ancora lì, nello stesso posto dello scorso mercoledi, il vagabondo. Stavolta Marco si ferma, prende l’euro usato per il carrello dal portafogli e lo lascia cadere nella scatoletta di cartone accanto all’uomo. Un rapido sguardo al suo volto, gli sguardi si incrociano, il barbone ringrazia con gli occhi, Marco riprende le borse e prosegue verso casa.
Non sa perchè lo ha fatto, solitamente è indifferente a chi chiede l’elemosina, e per di più il tizio non ha fatto nessun gesto di supplica, non ha indicato la scatoletta di cartone, non ha fatto niente se non alzare lo sguardo verso di lui. Ma c’era qualcosa di diverso in questa persona. Chissà cosa, forse una luce in una parte del suo sguardo. Inizia a chiedersi cosa possa essere successo ad un certo punto della sua vita per finire coperto di stracci ad un angolo della strada nella speranza di racimolare qualche soldo. Come si può arrivare fino a questo punto di non ritorno, in cui ogni tentativo di risalita diventa impossibile, al punto da non tentare nemmeno più e vivere sperando che altri si accorgano di te, e abbiano pietà.
Solo un pensiero, poi le solite faccende si impadroniscono dell’attenzione di Marco: la cena, la partita in tv, le chiacchere.

La settimana successiva e quella ancora, la stessa scena si ripete. Alla terza settimana Marco, aspettandosi di trovare il vagabondo al solito angolo, riportando il carrello del supermercato nella rastrelliera, anziché mettere l’euro nel portafogli se lo tiene in tasca. Non può fare nulla per questa persona che si è lasciata andare, non può e non vuole sapere, la sua sofferenza passata gli è sufficiente per una vita intera. Il suo gesto è una sorta di saluto, non vuole e non può essere nulla di più. O forse un ricordare a se stesso quello che avrebbe potuto diventare se…. no. Blocca il flusso dei ricordi. Ha giurato a se stesso di non ricordare mai più, di cancellare nel modo più assoluto e vivere come se non fosse mai successo.

Non ci sono sorrisi negli sguardi dei due uomini. Ma i loro non sono nemmeno sguardi sfuggenti. Marco lo guarda brevemente, con suoi occhi grandi e intensi, occhi che si soffermano penetranti e discreti sul mondo e sulle persone. Il clochard lo guarda dritto negli occhi. I clochard hanno uno sguardo che chiede pietà, che strappano il cuore delle persone sensibili e che fanno irritare gli insensibili. Ma questo personaggio è diverso: guarda Marco da terra ma riesce ad essere diretto come se fosse in piedi di fronte a lui: alza tutto il viso nella sua direzione, nella pelle sporca e dalla barba incolta emergono i suoi occhi chiari, vivi e fermi. Solo un attimo, poi entrambi seguono la moneta che cade nella scatola e i loro sguardi si allontanano per non incontrarsi più, fino alla settimana successiva.

Nel passare delle settimane questo incontro diventa una sorta di rito, è lì, senza che sia nulla, nulla che meriti più attenzione del singolo fatto ormai prevedibile. Marco è abituato a non approfondire i rapporti con le persone, a lasciare che le cose succedano per conto loro, ad alzare muri prima di potersi affezionare. Ha deciso di non lasciarsi più intaccare da nessuno, da niente. Gli piace stare con la gente, stare in compagnia, senza però avere dei veri rapporti di amicizia. Non lasciarsi trasportare è diventato il suo modo di vivere. E’ felice? Forse no. Ma è l’unica soluzione che ha potuto trovare tra le sue risorse per lasciarsi alle spalle una vita che lo stava travolgendo. Contare solo su se stesso, non avere passato ed evitare coinvolgimenti per il futuro.
Le regole sono fatte per essere talvolta infrante.
Cosa ci può essere in una persona totalmente estranea e lontana da noi che può condurre ad un desiderio di avvicinarsi, sapere di più. E’ questo che accade a poco a poco senza che lui se ne accorga. Due mondi del tutto distanti e incomunicanti si avvicinano, senza che succeda assolutamente niente. Tutto continua come sempre, ma nel reciproco sguardo c’è un riconoscersi, in un muto dialogo in cui uno dice “ti aspettavo” e l’altro risponde “eccomi”. E questa falsa casualità che si ripete tutte le settimane finisce per avere un significato per Marco, qualcosa che lui non sa e non vuole approfondire.

Arriva l’autunno, le piogge, e il senzatetto sempre lì, ogni mercoledi. Marco passa a piedi e l’incontro dura sempre solo il tempo di passargli davanti, fermarsi, mettere una mano in tasca, estrarre la moneta e lasciarla cadere. Uno sguardo reciproco, serio, tra i due. E via. Apparentemente tutto come la prima volta.
Un giorno, un giovedi, Marco passa casualmente in auto davanti a quell’incrocio all’ora in cui di solito passa a piedi al rientro dal supermercato. Butta un occhio al marciapiede, il tipo non c’è. Incuriosito, ci ripassa appositamente il venerdi. Niente. Come se aspettasse lui, come se sapesse che deve passare di lì a piedi in quel momento. Sciocchezze, non è possibile. Un barbone non si mette di certo ad inseguire uno qualsiasi come un ladro che studia le mosse delle sue prossime vittime…. no, non è possibile.
Marco non ci può pensare, non ci deve pensare, questa cosa non lo riguarda. Ma un dubbio comincia ad affacciarsi dal suo più recondito intimo: quegli occhi già visti. Si, da qualche parte… beh negli ultimi quindici anni di gente ne ha frequentata e vista tanta: il lavoro, i compagni di allenamento, il centro sportivo dove è di casa e dove di tanto in tanto negli anni sono passate persone poi più viste. Ora deve pensare all’imminente maratona, ora più che mai non può permettersi distrazioni, le ultime settimane di allenamento sono le più dure e impegnative non solo fisicamente, ma anche mentalmente.
Fa freddo la settimana successiva: uno di quei giorni fuori stagione, oltre i palazzi si vedono le prealpi già innevate da una burrasca che ha anticipato l’inverno. Senza pensarci troppo Marco butta nello zainetto una vecchia coperta di pile, e va a fare la spesa a piedi come al solito. Al ritorno, è rapido e secco il gesto di metterla in mano al barbone, perchè si possa coprire un minimo. Niente di più, non una parola, la vita riprende come sempre.
Non sempre servono parole per accompagnare i gesti. Non ha nemmeno importanza che questi vengano compresi fino in fondo, vanno solo accettati per quello che sono nella loro semplicità e schietta sincerità.

Marco si sveglia madido di sudore, di soprassalto. L’i-phone sta tranquillo e silenzioso sul comodino, immobile, la sveglia impostata suonerà tra almeno 3 ore. Gli attimi in cui ci si sveglia di soprassalto sono quelli in cui la mente lavora più rapida per recuperare e mettere insieme i ricordi recenti, immagini e sensazioni si accavallano veloci fino a ricomporre l’ultimo sogno. Frastornato, Marco si rende conto di essersi svegliato per un incubo, che si ricompone in un insieme confuso da cui emergono alcuni dettagli. Si alza per andare a prendere un bicchiere di acqua, il freddo del pavimento gelido sotto i piedi nudi lo sveglia del tutto, e con orrenda lucidità i ricordi tornano alla mente, ricacciati in un angolo di memoria e risvegliati dall’inconscio, non richiesti. Ricordi di quella notte, che questo incubo ha riportato a galla in modo così violento.
Marco non ha mai parlato con nessuno di quello che era successo. Ha semplicemente tagliato di netto e ricominciato una nuova vita in cui nessuno sa nulla di lui, e nessuno dei personaggi appartenenti alla sua precedente vita hanno mai saputo dove fosse finito dopo quella volta. Come se si fosse di colpo trasferito in un altro Paese, senza lasciare tracce nemmeno in se stesso, per poter sopravvivere e forse di nuovo vivere. E ora, questa notte, a distanza di così tanti anni, eccolo tornare, ecco tutto tornare a galla.
Frammenti di vita, come un videoclip, una discoteca fumosa, musica hardcore pesante, il nuovo potente cocktail offerto dall’amico dietro il bancone. Erano amici? Erano contatti, conoscenti. In fondo chi sono i veri amici? Chi ti vende cocktail per sballarti e sottobanco ti fa provare sostanze “buone”? Beh, quelli erano i suoi amici, allora, erano il suo giro. Notti lunghe, musica, velocità, sesso, fumo… Aveva un amico, Luca, con cui aveva condiviso la scuola, le prime uscite serali, le prime bevute, la prima canna. Nella desolazione di quella periferia, avevano scelto insieme di lasciarsi vivere in un vortice sempre crescente di quello che loro chiamavano divertimento, impotente ribellione nei confronti del nulla che li circondava.
Lui e Luca quella notte erano lì al banco, bevevano un cocktail aspettando che l’ambiente si riscaldasse. Il barista li vede un po’ in disparte, si sporge dal bancone e dice “oh volete provare una cosa nuova? Questa spacca di brutto!”
Marco lo guarda di traverso, “si si è roba sicura! Non vi fidate??” Luca prende la pasticca velocemente e la ingoia. Forse l’azione combinata con il troppo alcool già ingerito, forse la dose troppo forte, dopo un primo momento di euforia inizia a sentirsi male, sensazione di nausea e sudori freddi. Marco lo accompagna in bagno, Luca non ne vuole sapere, ha una reazione violenta e poi casca a terra senza sensi. Non reagisce più, inerme a terra, come morto. Marco lo chiama, lo scrolla, gli butta addosso acqua fredda, ma niente può farlo risvegliare. Marco ne aveva già vissute di scene così, ma non era mai successo ad un suo amico vero, all’unica persona che sentisse realmente vicina. Fa l’unica cosa che può fare in quel momento, chiamare l’ambulanza.
Luca, l’unico vero amico di Marco, quello con cui aveva condiviso l’adolescenza, ne avevano combinate tante, e insieme si erano trascinati in questa vita assurda e senza un senso, una direzione.

Una rabbia profondo gli viene da dentro, un insieme di collera, senso di impotenza, di sconfitta. Improvvisamente sa che non può più stare lì, niente gli appartiene più, deve andarsene da tutto questo, da tutti questi idioti che sono lì a stordirsi e a nessuno importa niente di nessuno. Deve salvarsi, la sua vita non può finire come quella di Luca, morto in un bagno zozzo ad un rave.

Marco torna a casa, si infila a letto senza pensieri, con la mente vuota dalla disperazione, dalla disillusione, dall’aver compreso dove è arrivato. Il sole caldo che entra dalle persiane lo sveglia a giorno fatto, quando tutta la società “normale” è già attiva.
Quel giorno dice basta. Prende le sue scarpe da ginnastica, un paio di pantaloncini e una maglietta, va a correre. Così, senza meta, per non pensare. Gli viene in mente quanto fosse forte nella corsa durante gli anni della scuola, gli dicevano che avrebbe avuto un futuro. Ma quel futuro non era mai arrivato, suo padre voleva che studiasse e non che perdesse tempo a fare l’atleta. Così non aveva mai studiato e aveva smesso di correre, aveva tirato insieme un diploma con la sufficienza ed era andato a lavorare. Corre i primi 15 minuti con la nausea crescente, poi, e questo lo imparerà poi da riviste e persone esperte, poi le gambe iniziano a girare, il sangue a circolare di più, e si può continuare a lungo. Corre a lungo quel giorno, fino a dimenticare perchè lo sta facendo. Suda lacrime, lacrime di rabbia, di speranza, di ribellione ad una vita cui non vuole più appartenere.
Ora deve riscattare se stesso e l’amico morto quella notte.
Inizia così la sua vita di uomo venuto dal nulla.
Inizia ad allenarsi seriamente, si iscrive a una società sportiva, inizia una dieta ferrea, legge tutto quel che può sui metodi di allenamento, sull’alimentazione. La corsa diviene il suo metodo e scopo di vita: tabella di allenamento, tabella alimentare, orari fissi. Tutto questo inizialmente per non pensare, poi diventa un modo di vivere. Lui stesso diventa una persona diversa, inizia a frequentare altri atleti, ad allenarsi insieme a loro, a gareggiare, e con il tempo, a vincere. Diventa un punto di riferimento lui stesso per i ragazzi che cominciano e che vogliono migliorare. Nessuno del suo nuovo giro sa nulla di lui, lui non fa mai alcun accenno alla sua vita passata, e lui stesso evita di pensarci. La sua è una decisione tanto radicale da imporgli un taglio assoluto con il suo passato. Nessuno dei suoi vecchi conoscenti sa più nulla di lui, da quella notte, né nessuno l’ha mai più cercato. Non erano amici, erano solo contatti. L’unico amico l’ha perso, e non ce ne saranno altri.

Quella notte però, quel sogno, e la gelida verità gli si vuota addosso come una secchiata. Marco si alza nel cuore della notte, si sofferma sulle increspature nel bicchiere di acqua che si è versato finchè non si fermano e resta fisso a guardare l’acqua, i suoi occhi dentro il bicchiere.
Il barbone….. d’un tratto gli viene in mente il barbone, quegli occhi già visti. E tutto diventa chiaro.
Luca non era morto, chissà cosa gli era successo dopo quella notte in cui l’ambulanza lo aveva portato via e lui era fuggito da tutto quel mondo, in cui evidentemente Luca era rimasto invischiato, o aveva tentato di uscirne senza esserne capace. O chissà…. Luca era tornato dal passato, evidentemente non era un caso che lo incontrasse ogni mercoledi: conosceva le sue abitudini, lo aspettava lì. Ecco perchè passando da quell’incrocio in altri momenti non l’aveva incontrato.
Marco non intende scusarsi per essersene andato quella notte. Quella notte era stata la sua salvezza, l’inizio del suo riscatto, lasciare lì tutto e tutti, di colpo, gli aveva permesso di rinascere, aveva colto la sua seconda opportunità. Ma ora deve parlare con Luca, capire cosa gli era successo, quando era sopravvissuto e poi dopo.
Ha anche tante cose da dire a Luca. Ora che si è riscattato, dopo così tanti anni, può fare qualcosa per l’amico più debole, può aiutarlo a tirarsi fuori, se lui lo vorrà.

La settimana scorre lenta, il tempo sembra fermarsi, Marco è deconcentrato nelle cose che fa perchè la sua mente è occupata da tutto quello che ha da dire all’amico, nello sforzo di mettere in ordine pensieri e sensazioni, nel trovare un equilibrio nel suo rapporto con quel passato che credeva ormai definitivamente sepolto, ma che improvvisamente gli si è ripresentato davanti.
Finalmente arriva mercoledi. La testa svuotata, le azioni e i movimenti che le compongono sono meccanici, come se le cose si facessero da sole. Con il rimbombo del rock nelle orecchie Marco paga, ripone il carrello, rimette la moneta nel portafogli: oggi non servirà.

Girando l’angolo intravede un lembo della coperta per terra. Si avvicina, ma Luca non c’è. Un tuffo al cuore, un breve attimo di panico pervade Marco, che da diversi giorni si preparava per quell’incontro, e ora il suo interlocutore non c’è. Smarrito si inginocchia accanto alla coperta, la prende in mano, chiedendosi cosa possa essere nuovamente successo al suo amico. Prima che possa formulare qualsiasi pensiero compiuto gli cade l’occhio per terra, sulla scatoletta di cartone. Dentro ci sono diverse monete da un euro, sono 15, sono le 15 monete che lui stesso vi ha versato in quelle settimane. Quindici come gli anni che erano passati da quella notte.
Sul fondo c’è un biglietto. Marco lo prende, lo apre.
“E’ ora di tornare a vivere”.

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