Diedro Maestri, Piccolo Dain, parete del Limarò

20160901_145058-COLLAGEDa dove comincio? da tre giorni fa o da febbraio 2015?
Tre giorni fa apprendo di avere tutto giovedi libera come recupero lavorativo, vedo Sandro e gli dico: ti faccio due proposte, Diedro Maestri o falesia che vuoi tu. Dopo la KCF mi è venuta una gran voglia di salire un’altra classica.

Febbraio 2015, sono con Chiara in mezzo al Diedro Manolo dopo 3 anni di sola falesia, mi vede in difficoltà psicologica e volentieri si tira tutta la via. Quando mi complimento con lei mi dice “beh, dai, dopo il Diedro Maestri era il minimo”. Diedro Maestri… vado a vedere. Se non sbaglio potrebbe essere la seconda via aperta in valle del Sarca (1957), dopo la Canna d’Organo di Detassis nel 1938. Scopro ora, andando a vedere sul libro di Gogna “Dolomiti e Calcari del Nord Est”, che la prima via fu aperta nel 33 sul Casale (1400 m). Gogna non parla del Maestri ma va direttamente al 1966 con la Messner a Cima alle Coste, ora frequentemente ripetuta nella parte bassa per raccordarsi in alto con il Diedro Martini Tranquillini Protoni.
Gogna non accenna al Diedro Maestri, molto strano.

Bando alle ciance. Sandro vota per il Diedro Maestri, che ha già salito nel 2009, ma accetta di buon grado di ripeterla.
Domenica, KCF. Poi riposo. Mercoledi io nuoto, Sandro bicicletta.
Sveglia impietosa, 5,45, dopo una bellissima serata in Wurer con Dario, Paride, Claudio.
In auto mi tocca il ripassino o gioco a premi su soste semimobili fisse e mobili.

Coincidenze, una cosa da paura.
1.
Guido in Gardesana tra le gallerie con i nomi epici e mi mi ricordo di un discorso di Matteo in negozio qualche giorno fa e chiedo a Sandro che divinità sono le Erinni. Sono le Furie, dice. In quel preciso momento, passiamo sotto la galleria dedicata alle Furie.

2.
Lasciamo il parcheggio, attendiamo che un furgone passi per attraversare la strada. Il furgone è delle “Imprese edili Maestri”.

Ci guardiamo ed evitiamo qualsiasi possibile altro commento di tipo destinale su questa giornata che ancora deve cominciare.
Avvicinamento da funamboli, fiume rapido sotto i piedi, vegetazione da Borneo, pareti in ombra… che ambiente particolare! Ci facciamo largo tra rovi e ortiche e arriviamo all’attacco, Sandro parte e cincischia, ci mette parecchio e mi chiedo perchè. Fino a che non tocca a me…
Sera prima al Wurer, con Paride, Dario e Claudio Inselvini. Claudio mi dice “bella via ma vedrai, la roccia non è proprio la stessa della KCF”.
Infatti. Ansimo e sbuffo sulla prima fessura, parto per L2, II grado da relazione, ma mi trovo a desiderare di mettere un friend perchè non mi sento poi così sicura. Metto un qualcosa sulla paretina, un po’ perplessa da questo secondo grado che assomiglia ad un quinto… poi seguo le tracce nel bosco e arrivo in sosta.
Terzo tiro, Edera nel boschetto e poi diedro. Finalmente si scala su della roccia vera!!
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Tocca a me iniziare sulla parte centrale, il diedro con la placca liscia. Duro, ma grazie ai chiodi vicini (cordini vetusti) passo in libera, trovo una sosta scomoda e mi fermo ingannata dal cordino nuovo, mentre avrei dovuto proseguire verso la successiva sosta altrettanto scomoda. Così spezziamo il tiro in due, a Sandro la placca nera, a me il tiro fin sotto il tetto, con un bel runout verso la sosta. (eventualmente raddoppiare il BD #1)
Tocca a me la bellissima fessura Gicaomelli, su roccia molto buona, inizialmente facile (V+) , più impegnativo il muretto finale.
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Roccia molto bella. Mi metto comoda sul terrazzino, recupero Sandro con i piedi nel vuoto, seduta comodamente a riposare, in attesa che arrivi lui con lo zainetto contenente acqua e cibo.
Segue il tiro chiave: Strapiombo faticoso, Sandro da primo passa in artif (chiodi vecchi, meglio non volarci sopra). Io da seconda passo in libera (6c?) non difficile ma tremendamente faticoso, stile classico.

Alla base del camino ad imbuto mi innervosisco, mi trovo insalamata dopo aver faticato a rinviare il chiodo più alto e non capire come mettermi per salire. Mi impressiona e mi mette ansia…. cedo la mano a Sandro, tanto non sono quasi nemmeno partita….20160901_145103

Anche da seconda non faccio meno fatica, non devo volare altrimenti pendolo, stavolta metto i piedi sui chiodi e passo così. Amen. Un po’ mi scoccia perchè fino a qui avevo fatto tutto quanto pulito, ma pazienza.

Sulla carta questo è l’ultimo tiro duro, in realtà non trovo molta differenza tra il VI dei tiri sotto e il V+ di queste lunghezze, solo un po’ più discontinue. Arrivo in cima proprio stanca, ma così contenta e soddisfatta. Anche l’ultima fessura, con il bordo così svasato, non è facile, e quando il grado si abbassa, la roccia diventa insidiosa, terrosa, meglio proteggere su una fessura e poi un paio di alberi.

Quando mi raggiunge Sandro, tempo di cambiare le scarpe, rifare le corde e ci incamminiamo senza fermarci per buttarci a capofitto verso la fontana al parcheggio. Un’altalena fa capolino allegra nel piccolo parco giochi, ma credo che ora non avrei la forza di muovere le gambe per alzarmi.

Tra domenica e oggi abbiamo scalato 1000 metri di parete, VI continuo. Siamo cotti, felici e… affamati! Pregusto una pizza gigante a cena.

Però, come scriveva Sandro anni fa, ai tempi del suo primo giro su questa via, “la prossima volta, giuro, vado in falesia”. Dopo due vie così, si apprezza decisamente il fatto che al giorno d’oggi si possa anche scalare “pascolando” ad una comoda base in falesia.
Sono i tempi degli arrampicatori del pomeriggio.

KCF alla Rocchetta alta di Bosconero

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Sono quelle cose che capitano così all’improvviso.

Arriva Sandro per cena, ho i piatti in mano mentre sto preparando la tavola, mi dice “mi ha chiamato Beppe Masneri per scalare domenica”. Ah, dai??? Che via? “KCF”.
Per poco non mi cadono i piatti (ancora vuoti) per terra. nooooooo un sogno infranto, come i piatti che ho in mano, se li lascio cadere.
Ho smesso di sognare vie da un secolo, da quando non ho più possibilità di andare in giro. Ma poi quando ti vengono nominate, è come se un cassetto nascosto venisse aperto senza il permesso, come se di colpo io venissi derubata del mio pensierino che avevo messo via. Se Sandro va ora a fare la KCF senza di me, io non lo farò mai più. Questo è il primo sentimento.
Beh, poi le vie belle in dolomiti sono infinite, che sarà mai, l’anno prossimo potrò sempre fare qualcos’altro durante le ferie, e concludo che sono molto contenta che lui abbia di nuovo voglia e possibilità di salire un bel vione.
Quindi mi preparo a passare un week end da single, inizio a pensare se scalare o fare un giro in piscina e andare in bici a pranzo dai miei, è così tanto che non sto un po’ con loro.

Niente, alla fin della fiera… Sandro mi propone, se riesco, di prendere qualche ora di permesso sabato. La butto lì a Gabriele, Matteo è un grande collega e si dimostra mio amico rinunciando al suo sabato per venire in negozio al mio posto.
Così mi ritrovo a trangugiare il pranzo in un quarto d’ora e poi uscire sul pianerottolo in negozio con la tazza del caffè in mano, vedere Sandro e Beppe che mi parcheggiano davanti, in macchina tutto il materiale pronto. Salutiamo Gabriele, Gabriella e Matteo, che mi hanno sopportata in queste ultime ore agonizzanti (se non vendessi ciarpame da arrampicata sarei un’ottima drammaturga) e partiamo. Atmosfera allegra.

Iniziamo a camminare nel bosco. Profumo di terra e di alberi, sole, colori vivi. Felicità di essere qui, inebriata dall’ambiente immersa qui, come se l’esistenza di tutti i giorni in un attimo si fosse volatilizzata. Semplicemente, vita.
Rifugio.

Sandro arriva 10 secondi prima di me e sento che inizia a salutare gente, pacche sulle spalle, ecc ecc. Ci sono Paride e Beppe. Anche loro KCF.
Buio, chiacchere da rifugio. Faccio la conoscenza della cordata bresciana, e si scambiano due parole anche con gli altri. Cani amichevoli e gatti enormi dimorano qui pacifici, ignari che sopra le loro teste incomba una parete bella, impegnativa e tetra, che la gente dorme qui prima di andare a cacciarsi su per di là.

4.30, sveglia. buio.
Sono calma, faccio quello che era previsto che facessi. Zaino pronto dalla sera prima, imbrago pronto da essere indossato, colazione svelta, ultimi preparativi, via con la frontale.
Primo albore alle 6.10, mentre arriviamo alla base della parete. Mi giro, Pelmo e Civetta rosa…. e io sono qui davvero, per davvero.
Mi torna in mente un triste post che avevo scritto esattamente 2 anni fa su fb. Se solo allora avessi saputo che due anni dopo sarei stata qui con Sandro a guardare questo, sarei stata meglio. Altri pensieri, ora c’è la via.
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Si sta bene qui, non fa freddo, anzi (temevo di soffrire come due settimane fa). La parete grande sopra di me mi attrae, come già successo in passato in altre occasioni. Amo le grandi pareti… mi emozionano, mi piace la grandiosità della natura, selvaggia e inospitale. E’ come se mi denudassi della mia identità. Qui è tutto semplice e primordiale.

Parte Beppe per i primi 6 tiri, aveva fatto questa richiesta ed è giusto che ognuno possa oggi avere quel che ha desiderato. Io non avrei mai avuto voglia di partire, l’avevo detto io che se me la fossi sentita avrei fatto qualche tiro più avanti.
Ci si scalda, si sale. Primo tiro umido, poi tutto asciutto, verticalissimo, un po’ faticoso da affrontare alle 6.30 del mattino quando solitamente sto ancora dormendo.
Terzo tiro, primo passo chiave.
Un po’ psicologico allontanarsi dal chiodo per prendere il buco, Beppe si appende e ci pensa un po’, e poi passa. Da seconda e da falesista passo tenendo basse due tacche di sinistro, alzandomi con tutto il corpo per afferrare il buco sopra la mia testa.
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Seguono tiri belli, continui, proteggibili. Meno bello il quinto, un po’ discontiuo.

Tocca a me, giro di corde.
Tiro in traverso con discesa, facile ma infido.
2 tiri in diedro giallo, sono belli, un po’ chiodati e un po’ da proteggere. Mi approccio con umiltà, non so come sarà, non so come sarò io… di VI+ in dolomiti non ne ho mica fatti tanti. Ma il tiro è bellissimo, sono in forma, la roccia colorata mi dà forza e quando trovo duro avverto di fare attenzione e vado avanti, prevedo dove proteggerò. Scalo felice e fluida.
Attrito, forte attrito. Non ho allungato abbastanza le ultime protezioni. Devo fermarmi 10 metri sotto la sosta vera, e quando decido di farlo trovo un’altra sosta. Ah, allora nella storia di questa via forse non sono stata l’unica pirla.
Vedo Paride impegnato sopra di me, già decido che prima del traverso di VII+ farò la sosta scomoda che indica Rabanser. Non sarà una grande idea.
Sosta con 5 chiodi. Però scomoda, appesa e soprattutto il passo chiave risulta così protetto solo da un chiodo. Meglio allungare bene sotto e non spezzare la lunghezza.
Il traverso è duro ma non così difficile, solo che va impostato bene, altrimenti si rischia di sbagliarlo.

Cedo a Sandro il comando. Ci sono 3 passi chiave in questa via, giusto che ne facciamo uno a testa. Mi ritengo soddisfatta dei tiri da capolavoro che ho salito…
Il tetto è veramente il passo più duro della via, strapiomba e le prese ci sono anche, ma non ci sono appoggi buoni se non molto alti. Sandro passa staffando, lascia la staffa e io la userò come presa… salendo da 2 su tre è anche difficile togliere la mia corda e rimettere dentro la corda di Beppe.
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Ultimi 5 tiri su placche molto compatte e da cercare. Ultimo tiro con traverso bellissimo, da individuare.

Sto scalando sull’ultimo tiro, vedo un paio di scarpe che mi passano a pochi metri in traiettoria diretta nel senso della forza di gravità. “Sandro… sono tue?” “si”. ok. discesa in scarpette da arrampicata lungo la cegia, le doppie, il canale, il ghiaione. Sandro il fachiro.
Giunti nei pressi dell’attacco della via ci mettiamo a cercare le scarpe che hanno fatto 600 metri di volo, non le troviamo, ma troviamo il friend BD4 di Paride che di metri ne ha fatti circa 400. Sul sentiero dei ragazzi ci avvisano che ci sono delle scarpe poco più sopra… alè, trovate!!! Paride non aveva trovato il suo friend, ma le scarpe di Sandro.
Giù di corsa al rifugio, abbiamo perso già un sacco di tempo tra fachiraggio e ricerca. Tempo di una birra al rifugio in compagnia della cordata che ha fatto lo Strobel. Si, si è felici dopo una giornata come questa, in un posto come questo, quando Monica esce sorridente e chiede come è andata, i cani e i gatti e i colori del bosco, del sole di fine agosto che è già un po’ giallo, che non dovrebbe tramontare mai. Ma tocca finire la birra, chiudere lo zaino e correre sul sentiero per non arrivare con il buio. Si corre felici e leggeri, voltandosi indietro a guardare la pinna bianca, che diventerà arancio, della Rocchetta Alta.

Piz Ciavazes – Via Giovanni Paolo II

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Abbiamo salito la Messner alla Seconda Torre del Sella e ora ci sentiamo un po’ vacanzieri, in questa due giorni che ci siamo regalati per avere proprio solo un assaggio delle dolomiti che vorremmo, che abbiamo vissuto, che vorremmo continuare a vivere.
Abbiamo entrambi tanti vissuti e tanti sogni, qui.
Che tiriamo fuori davanti ad una pizza al take away in centro a Canazei, mimetizzati tra i turisti, viviamo un po’ in disparte l’esperienza ludica di un paese di villeggiatura.
Un occhio alle previsioni ci conferma che l’indomani è meglio sgambettare e non trovarsi in posti incasinati dalle 13 in poi.
Sistemiamo la nostra tenda in una piazzola picnic da gran signori appena dopo il Lupo Bianco, dove un letto di aghi di pino in 10 mq perfettamente piani consente un comodissimo riposo. 4 stelle, e volendo pochi metri sotto ci sarebbe anche l’idromassaggio gratis. A fianco a noi dei ragazzi polacchi se la ridono e se la bevono.
Ore 3,30. temporale.
Ore 7,00 sveglia.
I nostri vicini polacchi hanno già sbaraccato, beata gioventù. Noi sbaracchiamo e aspettiamo che alle 8 apra il bar a Pian Schiavaneis per un caffè, dopo che il tipo in livrea del Lupo Bianco ci ha, con garbo, mandati a cagare.

Cielo a pecorelle, previsioni di acqua dall’ora di pranzo.
Indi, via di ripiego.
Sarà un ripiego di lusso, come poi lo definiremo. Scegliamo la via Giovanni Paolo II al Ciavazes, vecchia via artif. di De Francesch, richiodata da Bernard pochi anni fa, attacca in una zona di monotiri. Difficoltà max 6c.
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Il mio terreno. Esposizione sud, roccia del tipo che conosco, spit. Parete solare.
Parto io, non so se faccio il tiro giusto, spit su questa parete ce ne sono ovunque… comunque salgo appena a dx di una bella fessura, circa 30 metri. Poi Sandro dovrebbe fare un tiro di difficoltà analoghe ma più corto mentre invece si trova a salire circa 50 m su terreno più facile rispetto al mio tiro. boh….
Comunque, questa la
http://www.albertodegiuli.com/2009/10/arrampicare-al-piz-ciavazes-giovanni-paolo-ii/ che ha ripreso e riattrezzato la via.

Esposizione sud, spit. Non vicini, ma spit.
SI, ora mi ritrovo.
Per la prima volta mi trovo “in mezzo alla cartolina” delle dolomiti e scalo con una rilassatezza da bar… mai salita una via sportiva da queste parti. Beh, devo dire che è divertente! sei in un bel posto e in più te la godi. Certo, penso ai V+ di ieri, che sono i 5b di oggi, ieri facevo fatica da seconda, oggi quasi ci cammino da prima. La valutazione di una via, per quanto mi riguarda, prescinde quasi del tutto dalle difficoltà dichiarate, mente ha tantissimo a che vedere con l’apritore, con il periodo (e con l’attrezzatura), con la parete, con l’ambiente in generale.
Questa qui è proprio una via da fidanzate.

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E siccome Sandro ieri ha avuto il regalo (eh vabbè diciamo così, c’avevo paura) di salire lui tutto da primo, oggi… tocca a me il bellissimo tiro di 6c. Tecnico e divertente, i runout non mi danno noia. Finisco a malincuore il tiro, recupero e faccio notare che ieri, però, io ho fatto un regalo e ora vorrei anche io un regalo. Il tiro dopo sembra molto bello, 6b+. Dai Sa…… eh. non fare l’ingordo. Faccio gli occhi da triglia.
Bene, tiro molto divertente seppure delicato (lamette e tacchette un po’ cedevoli, siate delicati se non volete che il divertimento finisca in peggio). Tirare e appoggiarsi con molta cautela e cercare la linea tra la roccia più sana. Tiro molto molto bello.
Arriviamo al dunque. Passo singolo di 6c che tocca ancora a me. Se sbaglio volo sulla sosta (vabbè non è come ieri, qui ci sono gli spit), ma temo per le mie caviglie. Provo a dx e a sx, prese bruttine e appoggi anche peggiori. Staffo per rinviare la prima protezione. Consigliato un friend rosso (1 bd) per proteggere la fessura successiva da cui un passo molto faticoso permette di uscire. Si esce anche senza friend, ma la protezione permette di risparmiare qualche grammo di ansia….

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Fine delle difficoltà, roccette, attriti, e via, siamo sulla cengia.
Insieme a noi arriva una cordata dalla Rampa Del Torso, una quanità di cordate sono invece sulla Micheluzzi, altri su una via dura a sx della Del Torso…. la parete di certo non brulica di gente, ma qualcuno c’è e noi siamo più che contenti di essere tra i primi ad uscire (i primi insieme alla cordata della Del Torso). Senza perdere tempo ci avviamo per l’amena passeggiata sulla cengia dei Camosci, bella, aerea… e che siamo contenti di fare ancora sotto il sole. Una cordata è inchiodata sul passo di 6c, li guardiamo, non passano e forse tirano lo spit (come me). Scendiamo alla macchina, guardiamo la parete e un’altra cordata è anch’essa alle prese con il passo di 6c, che a questo punto… mah, ho qualche dubbio sulla gradazione. Anche il tizio tira o staffa e va su.
Sotto un cielo plumbeo e vento teso, noi ci rannicchiamo sotto la tettoia della casetta al terzo tornante, dove rinfreschiamo un paio di birre sotto l’acqua corrente, brindiamo a questo meraviglioso week end, stretta di mano da veri alpinisti, bella via complimenti, e poi giù, con la voglia di tornare al più presto.

Seconda Torre del Sella – via Messner

5003 (5) 5 anni.
Tanto è passato dalla mia ultima visita in Dolomiti.
Scalare in dolomiti per me significa Scalare con la maiuscola, in un ambiente che ti sembra di trovarti tra le pagine del libro che hai sempre sfogliato, tra le cartoline e le immagini famose che vedi in giro. Ogni volta che si arriva a Canazei e si apre il paesaggio è come ritrovarsi dentro un film, una pubblicità, e l’effetto è sempre un po’ quello di uscire da me e trovarmi in una dimensione diversa.

Ed è così anche questa volta, anzi, se possibile, ancora di più.

Domenica 14 agosto, arriviamo in val di Fassa attorniati dalla caciara del pieno delle ferie, gente in bermuda e zainetto che passeggia a lato strada, gente e auto ovunque, un inferno in fondovalle che non vediamo l’ora di lasciare per cambiare dimensione. Saliamo i tornanti del passo affollati sia di auto che di bici, cerchiamo parcheggio, ancora folla, ancora gente variopinta che passa di qua e di là dal passo, che scatta foto. I vacanzieri.

Parcheggiamo e ci prepariamo in fretta, anche i tre chiodi Camp che ieri ho preso in negozio, Sandro prende il martello….
Sentiero, mezz’oretta e ci siamo, tanto basta per cambiare dimensione. Abbiamo lasciato la folla variopinta e per la prima volta mi trovo al cospetto della parete Nord della Seconda Torre, con il Sassolungo illuminato da questa stupenda giornata dietro di me.
C’è gente, anche qui, ma è diverso. Una cordata è sul quarto tiro, una cordata sta attaccando e aspettiamo un po’. La Messner alla Seconda torre.

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Si certo, ho letto Settimo Grado di Messner, e anche ieri in pausa pranzo in negozio ho sfogliato nuovamente la copia che abbiamo nella vetrinetta in stube. Quella copia su cui è scritto il nome di Beppe Chiaf, che Rossella ci ha dato in visione per la nostra piccola biblioteca.

Siamo qui e fa freddo, e oggi mi approccio come è giusto che faccia una novellina. Non sono una novellina dell’arrampicata, sono una quasi discreta arrampicatrice sportiva. Ma anche solo avvicinandomi a questa parete ne sento la diversità rispetto alle altre circa 150 vie salite. Rispetto, timore, soggezione. Quest’effetto mi fa ogni volta che mi avvicino alla roccia esposta a Nord. Sento che la mia piccola umanità è quasi fuori luogo qui, su pareti belle in modo sublime e inospitali per la mia fragile esistenza. Piccola ed esile, accetto la mia inferiorità rispetto a quanto mi trovo attorno.
Oggi tocca a Sandro, era già deciso: ho il lusso di scalare con lui, di potermi permettere di regalargli il ruolo di capocordata per tutta la via, e di fare un tiro se e quando me la sento.
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Sandro è bravo, si protegge bene, scala senza sbavature anche se non corre. Su questa roccia fredda e inospitale lui ritrova se stesso, ritrova quello che ha lasciato qualche anno fa, e me lo trasmette anche senza parlare. Lo vedo a suo agio districarsi lungo il percorso logico ma non sempre facile da individuare, lo vedo a suo agio nel gestire la paura.
Tocca a me. Quinto grado, forse quinto più. Fatico da subito, lotto contro il freddo alle mani, contro la solitudine, contro la soggezione, contro l’immensità della dolomia che ho intorno, contro l’ambiente disumano. Non importa se sotto corrono le moto e la gente mangia lo strudel all’hotel Maria qualcosa lì al passo, se si compra i souvenir di legno e fa le foto al Sassolungo a mezz’ora a piedi da me. Qui, è disumano. Amo questa cosa, ma devo ri-prenderci confidenza, e come mi hanno detto i Ching consultati venerdi sera, abbi il coraggio di essere umile.
Arrivo in sosta con una bollita storica alle mani, non riesco a prendere in mano il materiale per qualche minuto, il dolore alle mani passa direttamente alla bocca dello stomaco e singhiozzo mentre guardo Sandro, e bisbiglio “adesso passa, adesso passa….” ci mette un bel po’ e poi passa, e ora sono tranquilla che per il resto della giornata sarà solo meglio.

La nostra relazione suggeriva una sosta intermedia. NEIN!!!!! Sandro è costretto ad un passo duro e sprotetto immediatamente sopra la sosta. Diversamente, l’avrebbe invece usata come protezione e un eventuale volo sarebbe stato meno pericoloso.
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La sosta nella nicchia, bella comoda, permette di recuperare un po’. Inizio a prendere confidenza con il disumano che regna qui intorno, posso godere di questo, di questo trovarmi fuori da me, così fuori da amplificare tutto quanto provo dentro. Un misto di gratitudine, solitudine, ammirazione di ciò che ho sopra la testa e intorno a me, divertimento… Con Sandro troviamo modo di scambiarci qualche battuta in sosta, qualche riflessione, insomma non perdiamo il nostro modo di essere insieme.

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Arrivati al penultimo tiro prendo coraggio e faccio cenno che posso andare io. Così mi faccio un tiretto facile, ma che mi diverte e che ho voglia di fare, ormai mi sento a mio agio. Dopo tanta falesia e vie sportive, non è stato facile piazzarmi sotto questa parete buia, fredda, verticale, e salire. Adesso, dopo qualche tiro, sento che sto bene. Il tiro è facile, non c’è nessuna protezione eccetto quelle che io decido di mettere.
Sosto e Sandro arriva in cima, a me le solite “facili roccette che conducono in vetta”, come da buon manuale caiano. Arrivo alla sella e si apre grandioso il paesaggio su Piz Boè e Marmolada, i prati del passo, le torri e il Ciavazes ai lati… Sono qui, siamo qui.
Bentornati in Dolomiti.
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Relazioni? no… si trovano in rete, si trovano ovunque.
Si trovano in parete un sacco di soste e di varianti.
Noi abbiamo utilizzato una relazione trovata su Gulliver che non consigliamo. Meglio quella sul sito del buon Sergio Ramella.
Lascio a Sandro la voglia di integrare qualche nota più tecnica. Come al solito io racconto, le relazioni le lascio a chi è più tecnico.

La Disfatta dei Daoniani

IMG_3683 Solite chiacchere tra colleghi in negozio tra un cliente e l’altro, tra una faccenda e l’altra. Ancora 2 giorni di lavoro e poi comincia una settimana di ferie con Sandro e ancora non sappiamo bene cosa fare.
Così un passant chiedo a Matteo (Pota) cosa farà nel week end, mi dice che non sa, vorrebbe scalare e io lo invito a fare con noi qualche tiro in falesia.
Mi ribatte che in falesia non gli va e di rimando mi propone di salire con lui la sua irripetuta Disfatta dei Daoniani allo Scoglio di Boazzo.
“Si, ma è durissima” dico io. E lui comincia con il suo solito “ma nooooo, ma figuratiiii!”, è ben chiodata, si, da integrare, si certo c’è un tratto che probabilmente è sul 7c e un altro tratto in A0, che si, certo il resto è sul 6b 6c, si forse l’obbligato è circa 6c+ ma no, non è dura. E gli piacerebbe andare con il vecchio schizzo per confermare i gradi, dato che non ha più avuto l’occasione di tornare su.
Beh io da seconda tento di salire ovunque, mi fa anche molto piacere accompagnarlo, gli dico di chiamare Sandro, sentire lui e poi per me va bene. Mentre servo l’ultima cliente della giornata, con un orecchio sento i due che si accordano per telefono.

Ci si incontra a Idro e inizia la giornata.
Al parcheggio incontriamo Martino e socio che sono lì per scalare ma senza un’idea precisa, Matteo propone loro di salire Premiata Ditta, a sinistra e molto vicina alla “nostra”. Il tempo non promette, ma lo Scoglio è una cosa fantastica: avvicinamento da falesia, ma di quelle proprio da famiglie. Rientro comodo in doppia o, come faremo noi, per sentiero (20 minuti). In mezzo però mentre scali, soprattutto se a questa roccia davvero unica non sei abituato, riesci a provare le stesse (nel bene e nel male) sensazioni che si provano su pareti più alte e più in alto. Il bello dello Scoglio, per chi è capace di dialogare con i suoi funghetti e con le difficoltà spesso molto alte che questa parete oppone.

Ah, io oggi faccio la fidanzata e l’amica/collega. Mi metto qui, brava seconda, salgo su e faccio le foto. Mi diverto. I miei prodi decidono di dividersi la via in due parti: inizia Sandro sui tiri che Matteo ha già scalato sia in apertura che in un primo tentativo di ripetizione. Dalla cengia in poi salirà Matteo.

Il primo tiro è stupendo, verticale, dovrebbe essere intorno al 6b+ con un tratto che poi valuteremo di 7a+. A freddo non è così facile e quando tocca a me sento al terzo rinvio gli avambracci che si lamentano del riscaldamento poco consono.
Mi sento scoraggiata, non ho mai fatto tanta fatica a scalare anche da seconda. Non riuscire ad impostare alcuni passi mi manda in bestia.
IMG_3657Secondo tiro, il chiave. Partenza non dura, tratto che poi confermeranno essere 7c in placca, tratto di A0 e poi uscita più scalabile, dopo un ribaltamento non facile per entrare nella fessura finale. Nel complesso una legnata (per una come me), ma assai divertente, per chi su queste difficoltà è abituato a scalare. Da discreta placchista riesco almeno ad impostare il 7c, poi tenere quel fungo svaso mi richiederebbe ben più di un tentativo.

Terzo tiro: breve muretto 7a (per me super morfologico e infatti col cavolo che riesco ad impostare l’entrata), poi più facile.

Quarto tiro: l’onda, il capolavoro. Il primo tiro, questo e il successivo secondo me valgono la via. Ma questo è proprio entusiasmante, con il traverso iniziale facile e super expo, e poi quella placca molto molto bella a funghi lontani, un tiro da gustare. 5b, 6c e passo di 7a+.

Cengia, breve trasferimento sotto un tetto/diedro fessurato, ci si può slegare e difatti i capicordata si danno il cambio, io mi siedo su un masso a guardare. Piove. Ma il tetto ci protegge. Penso a Martino e socio che si staranno lavando sulle placche. Poco dopo li vedrò arrivare da noi bagnati fradici, impossibilitati a proseguire.

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E via, Matteo inizia a scalare veloce, recupera Sandro e decidono che io aspetto a salire perchè piove tanto e la sosta è scomoda per tre. Poi Matteo si cala e io salgo il tiro da seconda, è talmente bello che mi spiace non provarci nemmeno. Quando arrivo in sosta ha smesso di piovere, così Matteo risale la corda, e passa oltre salendo il breve ma intenso tiro che scavalca il tetto ed esce in placca.

Ultimo tiro, il più facile della via, porta alla seconda cengia. E’ logico a questo punto finire sull’ultimo tiro di Premiata Ditta e scendere poi per sentiero.
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Vedo Matteo compiere un’acrobazia da boulderista per passare il tettino, io sono ormai alla frutta…. solo 220 metri di scalata mi hanno demolita, mi sento incapace e scoraggiata, ma altrettanto contenta di aver accompagnato Matteo in questa ripetizione e di essere stata invitata, contenta di aver vissuto questa giornata con Sandro. Sono quelle giornate che ti gusti il giorno dopo, perchè al momento hai vissuto quasi troppo.
Lezione di livello.
La via non è solo dura.
E’ logica, è bella, è per chi può permettersela.
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A me resta sicuramente l’esperienza di aver accompagnato uno dei due apritori e un bravo alpinista nella prima ripetizione, mi resta il ricordo e la lezione di cosa sia l’alpinismo moderno su roccia, cosa sia l’alta difficoltà. Non solo per averla scalata, ma per averla scalata con chi questo itinerario l’ha aperto e me l’ha raccontato anche durante le soste.

Matteo e Silvio sono davvero una “premiata ditta”.
Chapeau.