Seconda Torre del Sella – via Messner

5003 (5) 5 anni.
Tanto è passato dalla mia ultima visita in Dolomiti.
Scalare in dolomiti per me significa Scalare con la maiuscola, in un ambiente che ti sembra di trovarti tra le pagine del libro che hai sempre sfogliato, tra le cartoline e le immagini famose che vedi in giro. Ogni volta che si arriva a Canazei e si apre il paesaggio è come ritrovarsi dentro un film, una pubblicità, e l’effetto è sempre un po’ quello di uscire da me e trovarmi in una dimensione diversa.

Ed è così anche questa volta, anzi, se possibile, ancora di più.

Domenica 14 agosto, arriviamo in val di Fassa attorniati dalla caciara del pieno delle ferie, gente in bermuda e zainetto che passeggia a lato strada, gente e auto ovunque, un inferno in fondovalle che non vediamo l’ora di lasciare per cambiare dimensione. Saliamo i tornanti del passo affollati sia di auto che di bici, cerchiamo parcheggio, ancora folla, ancora gente variopinta che passa di qua e di là dal passo, che scatta foto. I vacanzieri.

Parcheggiamo e ci prepariamo in fretta, anche i tre chiodi Camp che ieri ho preso in negozio, Sandro prende il martello….
Sentiero, mezz’oretta e ci siamo, tanto basta per cambiare dimensione. Abbiamo lasciato la folla variopinta e per la prima volta mi trovo al cospetto della parete Nord della Seconda Torre, con il Sassolungo illuminato da questa stupenda giornata dietro di me.
C’è gente, anche qui, ma è diverso. Una cordata è sul quarto tiro, una cordata sta attaccando e aspettiamo un po’. La Messner alla Seconda torre.

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Si certo, ho letto Settimo Grado di Messner, e anche ieri in pausa pranzo in negozio ho sfogliato nuovamente la copia che abbiamo nella vetrinetta in stube. Quella copia su cui è scritto il nome di Beppe Chiaf, che Rossella ci ha dato in visione per la nostra piccola biblioteca.

Siamo qui e fa freddo, e oggi mi approccio come è giusto che faccia una novellina. Non sono una novellina dell’arrampicata, sono una quasi discreta arrampicatrice sportiva. Ma anche solo avvicinandomi a questa parete ne sento la diversità rispetto alle altre circa 150 vie salite. Rispetto, timore, soggezione. Quest’effetto mi fa ogni volta che mi avvicino alla roccia esposta a Nord. Sento che la mia piccola umanità è quasi fuori luogo qui, su pareti belle in modo sublime e inospitali per la mia fragile esistenza. Piccola ed esile, accetto la mia inferiorità rispetto a quanto mi trovo attorno.
Oggi tocca a Sandro, era già deciso: ho il lusso di scalare con lui, di potermi permettere di regalargli il ruolo di capocordata per tutta la via, e di fare un tiro se e quando me la sento.
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Sandro è bravo, si protegge bene, scala senza sbavature anche se non corre. Su questa roccia fredda e inospitale lui ritrova se stesso, ritrova quello che ha lasciato qualche anno fa, e me lo trasmette anche senza parlare. Lo vedo a suo agio districarsi lungo il percorso logico ma non sempre facile da individuare, lo vedo a suo agio nel gestire la paura.
Tocca a me. Quinto grado, forse quinto più. Fatico da subito, lotto contro il freddo alle mani, contro la solitudine, contro la soggezione, contro l’immensità della dolomia che ho intorno, contro l’ambiente disumano. Non importa se sotto corrono le moto e la gente mangia lo strudel all’hotel Maria qualcosa lì al passo, se si compra i souvenir di legno e fa le foto al Sassolungo a mezz’ora a piedi da me. Qui, è disumano. Amo questa cosa, ma devo ri-prenderci confidenza, e come mi hanno detto i Ching consultati venerdi sera, abbi il coraggio di essere umile.
Arrivo in sosta con una bollita storica alle mani, non riesco a prendere in mano il materiale per qualche minuto, il dolore alle mani passa direttamente alla bocca dello stomaco e singhiozzo mentre guardo Sandro, e bisbiglio “adesso passa, adesso passa….” ci mette un bel po’ e poi passa, e ora sono tranquilla che per il resto della giornata sarà solo meglio.

La nostra relazione suggeriva una sosta intermedia. NEIN!!!!! Sandro è costretto ad un passo duro e sprotetto immediatamente sopra la sosta. Diversamente, l’avrebbe invece usata come protezione e un eventuale volo sarebbe stato meno pericoloso.
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La sosta nella nicchia, bella comoda, permette di recuperare un po’. Inizio a prendere confidenza con il disumano che regna qui intorno, posso godere di questo, di questo trovarmi fuori da me, così fuori da amplificare tutto quanto provo dentro. Un misto di gratitudine, solitudine, ammirazione di ciò che ho sopra la testa e intorno a me, divertimento… Con Sandro troviamo modo di scambiarci qualche battuta in sosta, qualche riflessione, insomma non perdiamo il nostro modo di essere insieme.

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Arrivati al penultimo tiro prendo coraggio e faccio cenno che posso andare io. Così mi faccio un tiretto facile, ma che mi diverte e che ho voglia di fare, ormai mi sento a mio agio. Dopo tanta falesia e vie sportive, non è stato facile piazzarmi sotto questa parete buia, fredda, verticale, e salire. Adesso, dopo qualche tiro, sento che sto bene. Il tiro è facile, non c’è nessuna protezione eccetto quelle che io decido di mettere.
Sosto e Sandro arriva in cima, a me le solite “facili roccette che conducono in vetta”, come da buon manuale caiano. Arrivo alla sella e si apre grandioso il paesaggio su Piz Boè e Marmolada, i prati del passo, le torri e il Ciavazes ai lati… Sono qui, siamo qui.
Bentornati in Dolomiti.
5003 (15)

Relazioni? no… si trovano in rete, si trovano ovunque.
Si trovano in parete un sacco di soste e di varianti.
Noi abbiamo utilizzato una relazione trovata su Gulliver che non consigliamo. Meglio quella sul sito del buon Sergio Ramella.
Lascio a Sandro la voglia di integrare qualche nota più tecnica. Come al solito io racconto, le relazioni le lascio a chi è più tecnico.

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